L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Sociale

Giornata della Memoria: ricordare non basta, bisogna farsi capire

Quando il linguaggio non cambia, il ricordo rischia di non raggiungere nessuno.

di Andrea Fiore -


Il Giorno della Memoria rischia di parlare un linguaggio che molti giovani non riconoscono più. Non perché siano indifferenti, ma perché il modo in cui raccontiamo la Shoah è rimasto immobile, mentre il loro modo di comprendere il mondo è cambiato. La memoria è stata trattata come qualcosa da proteggere senza toccare, e questo l’ha resa distante. Cerimonie, toni solenni, lezioni frontali: tutto necessario, ma non più sufficiente. Non è disinteresse giovanile, è mancanza di un varco.

I linguaggi di oggi e il bisogno di nuove forme

Ogni gennaio ripetiamo che “i giovani non sanno”, ma raramente ci chiediamo se siamo noi a non saper parlare con loro. Vivono immersi in immagini, suoni, narrazioni brevi ma intense. Non serve semplificare il dolore, serve renderlo accessibile. Anche i comportamenti che ci indignano — foto scattate nei luoghi della memoria, gesti fuori luogo — spesso sono tentativi maldestri di avvicinarsi. La domanda non è “perché fanno così?”, ma “perché non abbiamo offerto loro modi migliori per partecipare?”. La memoria non deve diventare un contenuto da social, ma deve dialogare con i linguaggi di oggi senza perdere dignità.

Una memoria viva, non moderna

I testimoni stanno scomparendo, e presto non avremo più le loro voci dirette. Se non troviamo ora nuove forme per trasmettere ciò che hanno vissuto, rischiamo di lasciare un archivio perfetto ma muto. Il Giorno della Memoria non ha bisogno di effetti speciali: ha bisogno di parole che arrivino. Il problema non è che i giovani non ascoltano, è che spesso non riusciamo a raggiungerli. Perché la memoria resti un ponte e non un ricordo lontano, dobbiamo cambiare tono. Non per essere alla moda, ma per essere fedeli al suo significato più profondo.


Torna alle notizie in home