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Cultura & Spettacolo

Giuliano Ferrara e il Foglio quotidiano

di Vincenzo Viti -


Vogliamo commentare anche noi, con il rispetto che si deve a un’ impresa che dovette apparire temeraria trent’anni fa: era il 1996. Fu il tempo della nascita del Foglio quotidiano, ad opera di Giuliano Ferrara un intellettuale di un comunismo eccentrico, irenico, profano e provocatorio, contaminato di tensioni gobettiane e di realismo icastico.  Intelligenza critica pericolosa assai per la ruminazione ideologica di quei tempi. Ciò che se suscitò polemiche e ostracismi, inaugurò una lenta combustione “liberale” nelle culture politiche dominanti. Fu lingua coraggiosa (che procede oggi con Cerasa). Occorre dirlo, con avvedutezza storica, fu una delle scintille di una accelerata modernizzazione nei dialetti della politica italiana. Una postura intellettuale che liquidava ipocrisie anzi pretendeva che la politica si misurasse sulle sfide di una governabilità sottratta a esercizi velleitari e apodittica. Aperta piuttosto a contaminazioni che non fossero trasformismo ma preveggenza, ermeneutica del coraggio e della innovazione. 

Credo sia giusto riconoscere che la Impresa seppe misurarsi non solo con gli istinti domestici e conservativi della politica.  Si insinuò piuttosto con spirito guerriero e iconoclasta nelle viscere della sfida lanciata dal Berlusconi: quella che in prima istanza scommise sul ruolo di una esigente intellettualità che cancellasse le fuliggini di culture impegnate in un compiaciuto estetismo di se stesse. 

Rileggere il Foglio di trent’anni fa è intrigante e induce ad una riflessione straordinariamente contemporanea. Vi si può rileggere un Lucio Colletti d’epoca. Fa l’effetto della riscoperta di sentieri di alta montagna colpevolmente perduti. Suggerisce il rimpianto di una sfida lasciata appassire mentre avrebbe potuto e dovuto produrre quella rivoluzione intellettuale e civile, capace di vincere la tuttora attesa scommessa liberale.  

Concludo con un pensiero personale.

Qualcosa vorrà dire se ne scrive chi ha a lungo operato nelle istituzioni dal quadrante democristiano. Dallo sguardo non solo della moderazione (altra cosa dal moderatismo!) come “regola” del cambiamento ma della libertà come lievito permanente della democrazia.

A chiunque sia sopravvissuto a quella che definisce la “bella stagione” e si senta segregato in un mondo bipolare fra “maga e woke “come culture di riferimento, la impresa di quel Foglio nato dal un “artificio meridiano” appare degna di essere celebrata come la grande sfida. Come impresa tuttora aperta in un deserto di sale popolato di fantasmi e vecchie allegorie ma alitato da refoli di intelligenza artificiale. Quelli che il Foglio ora sussurra con le edizioni settimanali. Un avviso ai naviganti. 


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