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Sociale

Tania Terrin, tutte le violenze taciute dietro la morte

di Priscilla Rucco -


Nel Veneziano si allarga il quadro sulla vicenda di Tania Terrin, la donna uccisa dal compagno Dino Keber, che dopo il delitto si è tolto la vita impiccandosi. A distanza di giorni dal femminicidio emergono testimonianze e documenti che raccontano una storia di violenze ripetute nel tempo, coinvolgendo diverse donne che avevano avuto una relazione con l’uomo prima di Tania.

Il 20 aprile scorso, quattro mesi prima di essere uccisa, Tania aveva scritto a una delle ex fidanzate di Keber. Nel messaggio chiedeva di sapere se l’uomo fosse stato violento anche con lei, spiegando di aver vissuto pochi giorni prima un episodio in cui aveva temuto per la propria vita e nel quale Keber avrebbe cercato di attribuirle la responsabilità dell’accaduto. La donna contattata avrebbe risposto confermando di aver subito violenza fisica, riferendo inoltre che l’uomo, in passato, aveva causato lesioni gravi anche alla madre di sua figlia. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano Il Gazzettino, si tratterebbe della quinta donna ad aver sporto denuncia nei confronti di Keber nel corso degli anni.

Una relazione durata sei anni

Prima di conoscere Tania, Keber aveva avuto una relazione durata sei anni con un’altra donna, con cui aveva anche convissuto. Nella sua testimonianza, la donna descrive un legame segnato da percosse, minacce e scenate di gelosia, con tre accessi al pronto soccorso e una sola denuncia formale, sporta non per accusarlo ma per tutelarsi da una possibile contro-denuncia. Racconta che i primi tempi della relazione erano stati sereni, prima che la situazione degenerasse progressivamente. In un momento di quella relazione la donna si era allontanata trasferendosi a centinaia di chilometri di distanza, salvo poi essere rintracciata e riavvicinata da Keber, che nel frattempo aveva avuto un’altra compagna, denunciata a sua volta nel 2022.

La malattia come giustificazione

Nel racconto della ex compagna emerge un elemento ricorrente: Keber avrebbe più volte utilizzato la propria condizione di diabetico per spiegare e in parte giustificare gli episodi di violenza, sostenendo di non essere responsabile dei propri comportamenti quando la malattia prendeva il sopravvento. Un meccanismo che, secondo quanto riferito, avrebbe alimentato nella donna un senso di colpa e la convinzione di dover restare accanto a lui per aiutarlo.

Il silenzio attorno all’uomo

Dalla testimonianza emerge anche il comportamento di alcune persone vicine a Keber, che pur essendo intervenute in almeno un’occasione per fermare un’aggressione, davanti agli inquirenti avrebbero inizialmente difeso l’uomo, ammettendo solo in seguito di non aver riferito la reale gravità della situazione. La donna racconta inoltre le difficoltà incontrate dopo aver sporto denuncia, tra assistenza legale non immediatamente disponibile e tempi di attesa lunghi per un sostegno psicologico.

A queste testimonianze si aggiunge quella di un’altra donna, che sui social ha ricordato di essere stata vittima di Keber ancora minorenne, oltre vent’anni fa, e di aver poi ritirato la denuncia. Nel suo messaggio esprime il timore che situazioni simili possano ripetersi e auspica una maggiore diffusione dell’educazione affettiva nelle scuole.

Ispettori del ministero a Venezia

Sul piano istituzionale, il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha reso noto che, insieme al ministro Carlo Nordio, sta valutando l’invio di ispettori ministeriali presso la Procura di Venezia, con l’obiettivo di verificare se vi siano state carenze nella gestione del caso, anche alla luce dei precedenti denunciati a carico di Keber e del recente ricovero in ambito psichiatrico dell’uomo, conclusosi poche settimane prima dell’omicidio.

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