Giustizia e immigrazione alimentano lo scontro tra politica e magistratura
Da un lato la giustizia, dall’altro l’immigrazione. Due temi caldi, indubbiamente centrali nell’agenda del governo, che sono finiti ancora una volta per intrecciarsi tra loro. Senza dubbio, in uno dei momenti di massima tensione nei rapporti tra politica e magistratura. Nell’ultimo anno, più volte alcuni provvedimenti delle toghe sono finiti per essere additati dalla maggioranza come funzionali a sterilizzare alcune scelte politiche del governo in tema di immigrazione. Su tutti quelli relativi ai trasferimenti dei clandestini nei famosi centri per i respingimenti realizzati in Albania. Fin dal primo momento l’accusa del governo è stata tanto netta quanto chiara: certi giudici con le proprie decisioni interferiscono scientemente con le politiche in tema di migranti.
La sentenza di Palermo
Insomma, fanno a loro volta politica a suon di sentenze e provvedimenti inficiando l’azione del governo. Ovviamente, nessuno si poteva aspettare che questo clima di scontro potesse attenuarsi proprio nel momento in cui la contrapposizione sulla riforma della giustizia è scoppiata fino a degenerare. E una nuova polemica tra la maggioranza e la magistratura è puntualmente scoppiata dopo che una sentenza di un giudice del Tribunale di Palermo ha condannato lo Stato a risarcire la Ong Sea Watch per il fermo amministrativo di 5 mesi disposto contro una sua nave. L’imbarcazione, comandata da Carola Rackete, che nel 2019 aggirò il blocco navale imposto dal governo Conte e, visto che si trovava ad agire di forza, pensò bene di speronare una motovedetta della Guardia di Finanza.
La linea del governo
Dal governo, con in testa la presidente del Consiglio, sono fioccate immediatamente forti critiche alla decisione del giudice. E in un batter d’occhio l’accaduto ha finito per tirare in ballo ancora una volta il referendum sulla riforma della giustizia. Senza, ovviamente, risparmiare “un inaccettabile uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati”, attacca Lucio Malan. Proprio il motivo, aggiunge il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, per il quale “abbiamo fatto la riforma della giustizia, per dividere la giustizia dalla politica, liberando i giudici dalle correnti e dai condizionamenti ideologici”. L’opposizione, invece, stigmatizza la linea della maggioranza, anche sfruttando l’appello del Capo dello Stato ad abbassare i toni della campagna referendaria. E non risparmia dalle reazioni polemiche il Presidente del Senato che si è detto d’accordo con Giorgia Meloni che ha voluto “denunciare una cosa che ci sembra assurda”.
Rapporti tesi tra politica e giustizia sull’immigrazione
Ma se Ignazio La Russa precisa che la sentenza di Palermo e l’accusa di fare un uso politico della giustizia che ne è seguita devono rimanere fuori dal dibattito sul referendum, ad affondare il colpo è Giorgio Mulé. Il vicepresidente della Camera in quota Forza Italia invita a riflettere sulla circostanza per la quale a chi è arrestato immeritatamente “per cinque mesi di ingiusta detenzione i giudici liquidano in media circa un terzo di quanto stabilito per la Sea Watch”. Peraltro ritrovandosi, pur da innocente, con la vita distrutta. Un esempio emblematico “di una giustizia che va riformata”, chiosa Mulé.
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