Alibi e moventi dei franchi tiratori sulle preferenze
Chiusa la legge elettorale alla Camera. Dopo tre giorni nei quali la riforma ha praticamente monopolizzato i lavori è arrivato l’ok dell’aula di Montecitorio. Poche – e di certo non sostanziali – le modifiche apportate durante l’esame del provvedimento. Quella più rilevante, che ha fatto esultare sia maggioranza che opposizione, è la possibilità per i fuori sede di votare nel comune di domicilio invece che in quello di residenza. Oltre a questa, nessuna novità rilevante, tanto che a tenere banco continua a essere non quanto è stato cambiato rispetto al testo uscito dalla commissione Affari costituzionali ma la modifica mancata, quella sull’introduzione delle preferenze. Nonostante ieri il centrodestra abbia retto alla prova del voto finale, anch’esso segreto, l’incidente di martedì è tutt’altro che chiuso e la caccia ai franchi tiratori, immediatamente bollati come traditori, è ancora in corso.
La caccia al traditore
Alcuni sono stati già scovati, altri sono fortemente indiziati e c’è chi, come l’azzurra Dalla Chiesa, ha più o meno confessato. “Ho votato come dovevo votare”, ha risposto a chi subito dopo il voto finale le ha chiesto se fosse tra quanti si sono espressi contro le preferenze. Ma al di là dei singoli casi – ad ogni modo determinanti per una votazione persa per un solo voto – la questione resta politica. Non a caso, da via della Scrofa si pone un tema di affidabilità per quanto riguarda i partiti alleati, dai quali si sono registrate la maggior parte delle defezioni. In Fratelli d’Italia ne sono convinti. E la diffidenza si concentra soprattutto sulle truppe azzurre, sulle quali aleggia un duplice sospetto. Il primo è che molti deputati di Forza Italia si siano trincerati dietro alla presunta contrarietà di Marina Berlusconi alle preferenze.
Marina Berlusconi, spettro o ombra?
Il secondo riguarda l’ostilità con cui, sempre la primogenita del fondatore del partito, guarderebbe all’impianto di una legge elettorale che non lascia spazio a manovre politiche per formare maggioranze trasversali e governi di larghe intese. Due alibi, un solo nome. Quello sussurrato da diversi forzisti, come un’excusatio non petita, prima e dopo il voto che ha spaccato la maggioranza. Una versione alla quale però fonti parlamentari di Fratelli d’Italia sostengono di non credere. Solo scuse per provare a camuffare una coltellata alle spalle dietro cui, in realtà, non ci sarebbe alcun mandante. Gli unici responsabili sarebbero quindi coloro che hanno tradito l’impegno preso.
Dalla Camera al Senato: il secondo tempo della legge elettorale
Ma tra loro non manca chi ritiene comunque di aver reso un buon servizio alla presidente di Fininvest, oltre che, ovviamente, a sé stessi. O forse confidano di averlo fatto. In ogni caso, non è detto che la partita sia chiusa. Il partito di Giorgia Meloni non ha ancora archiviato la pratica preferenze. Pur consapevole che adesso il percorso è ancora più in salita. Lo scherzetto rifilatogli alla Camera nella segretezza del voto potrebbe trasformarsi in una palese contrarietà al Senato, qualora il tema preferenze fosse riproposto. Gli alleati, però, questa volta dovrebbero metterci la faccia. Avranno il coraggio di sfidare apertamente la leader del centrodestra?
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