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Attualità

Tensioni, cartelli e sollievo: il primo ok alla legge elettorale

di Eleonora Ciaffoloni -


La giornata è cominciata molto prima che Lorenzo Fontana aprisse la seduta. Attorno a Montecitorio il movimento, ieri mattina, era quello delle grandi occasioni. Deputati che arrivano alla spicciolata, ministri convocati, capigruppo, collaboratori, giornalisti. Si incrociano telefonate e chiacchiere dell’ultima ora, insieme a qualche faccia tesa e alcuni sorrisi prudenti. Perché dopo l’incidente politico di martedì, quando la maggioranza è andata sotto alla Camera a causa di oltre una trentina di franchi tiratori, non c’è spazio per nuovi passi falsi. Per questo, nelle ore precedenti alla votazione finale, l’Aula si affolla come raramente accade.

Arrivano i ministri Giancarlo Giorgetti, Francesco Lollobrigida, Eugenia Roccella, Carlo Nordio, Luca Ciriani e Maria Elisabetta Alberti Casellati. L’obiettivo era evitare soprese e, alla fine, il risultato è arrivato. La Camera ha approvato la riforma della legge elettorale con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti e quindi ora si passa al Senato. Nei minuti successivi all’approvazione, dai banchi del centrodestra partono applausi, strette di mano e qualche abbraccio. Più che un’esultanza, il sollievo di chi voleva archiviare definitivamente il caso aperto quarantotto ore prima.

Anche in Transatlantico dopo la votazione le facce cambiano rapidamente: la tensione lascia spazio a conversazioni più rilassate e, a vedersi, torna l’immagine di una coalizione che, almeno per ora, riesce a ricompattarsi. È anche la risposta politica alle accuse dell’opposizione. Elly Schlein continua a sostenere che “non c’è più una maggioranza, è un colabrodo”. Di certo, il voto di ieri non cancella del tutto le tensioni interne, ma siamo ben lontani da una crisi dell’esecutivo.

La discussione in Aula

Ma la mattinata in Aula è stata tutt’altro che tranquilla, con le dichiarazioni di voto che hanno portato sugli scranni uno scontro ad alta intensità. Oltre ai cartelli delle opposizioni – con le scritte “Meloni ha fallito”, “legge elettorale = legge truffa” – la diatriba verbale si accende durante l’intervento del responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, bersagliato dalle proteste dell’opposizione.

Dal banco del governo il deputato rivendica il confronto sulle preferenze: “Avete segnato un colpo e avete fatto bene a festeggiare come aveste vinto i mondiali per aver impedito agli italiani di esprimere le preferenze: è una vittoria vostra e ve la lascio tutta” ha dichiarato. Dagli scranni dem è la Schlein a guidare l’attacco: “Questa legge è irricevibile ed inemendabile e ha grandi problemi di costituzionalità. Il vero obiettivo di Meloni è il Quirinale, avete un ossessione per il potere”.

E a condividere la linea è Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle definisce la riforma “una legge truffa”, accusando il governo di voler “passare dalla stabilità alla inamovibilità”. Per l’ex premier, la riforma “è fatta per imbullonarvi alle poltrone, per restituire ancora più potere al capo” e “l’accordo raggiunto in maggioranza è truffaldino, non dà nessun potere agli italiani di scegliere ma nel listone i candidati sono preselezionati dalle segreterie di partito”. Poi non fa mancare l’avvertimento politico: “Non avete idea della battaglia che vi aspetta e con cui vi impediremo di prendere il potere, siamo qui”.

Fuori dall’Aula, invece, la parola d’ordine della maggioranza è abbassare i toni. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida evita di alimentare il dibattito sui tradimenti e sui franchi tiratori e liquida le domande dei cronisti su cosa potrebbe accadere in Senato a proposito delle preferenze, con una frase che fotografa la linea del centrodestra: “Mi trovo qua e parlo di quello che accade oggi”.

Forse, il riassunto perfetto. Perché sì, il voto di martedì segna delle divisioni che vanno oltre la superficie di un solo voto di scarto, ma almeno ieri è contato il risultato finale: la prova dell’Aula viene superata (con tanto di scrutinio segreto) e la riforma prende la strada del Senato, dove si aprirà il secondo tempo della partita parlamentare.


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