L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Gli Emirati escono dall’Opec, la Ue ci tiene dentro a forza

Mentre si pensa al nuovo taglio delle accise da Bruxelles volano contumelie: "Non si esce dal Patto", Dombrovskis sogna "sanzioni più pesanti" ma Meloni non perde la calma: "Deroga non va esclusa"

di Giovanni Vasso -


È successo il patatrac: gli Emirati Arabi Uniti hanno stracciato gli accordi e sono usciti sia dall’Opec che dall’Opec+. Ci diranno che è stata la grande vittoria di Trump che, finalmente, vede qualche risultato nella sua politica confusionaria. In realtà, la vicenda è molto più banale di così. Sì, è vero: Abu Dhabi è uno dei partner più importanti e “fidati” degli Stati Uniti. Ma non i sette emiri non avrebbero mai lasciato l’Organizzazione mondiale dei produttori di petrolio se non avessero avuto il loro (legittimo) tornaconto. Che non gli arriva mica da Washington, semmai dalle circostanze. Gli Emirati hanno subito (e subiscono) le conseguenze di una guerra guerreggiata. Hanno bisogno di ricostruire. Per farlo devono produrre, fatturare e incassare. Altrimenti salta tutto. Però l’Arabia Saudita, che tira le fila dell’Organizzazione, non ne vuol proprio sapere di aumentare la produzione (sul serio e non per finta con quantità a dir poco irrisorie) non ne vuol proprio sapere. Ergo: saluti e baci, addio. Sta, alla fine, alle diplomazie tentare di ricucire o, quantomeno, cercare una scusa buona per l’opinione pubblica.

Gli Emirati lasciano l’Opec

È successo il patatrac. Ed è solo l’inizio. Perché in Europa le cose non vanno per il verso giusto. La Bce, che ha terrorizzato le imprese per anni alzando prima i tassi e poi tenendole appese alle decisioni “riunione per riunione”, s’è accorta che siamo già dentro il più classico dei credit crunch. Non ci sono denari. O meglio, i soldi ci sono pure per carità. Ma le aziende, prima di indebitarsi, ci pensano dieci volte. Temono proprio i falchi di Francoforte. Verificano che, pur senza che il board della banca centrale abbia (ancora) emesso fiato, Euribor ha già inasprito e di molto le condizioni di chi si ritrova appeso a un mutuo. Vogliono vederci chiaro perché da Bruxelles, gelida e immobile al solito, non sono arrivati che rimpalli agli Stati e ai loro aiuti commisurati allo spazio fiscale.

E l’Ue fa la faccia dura sul Patto

Possibili e ghiotti per qualcuno (leggi Germania), magri e disperanti per gli altri (ossia per noi italiani). Il tema del Patto di Stabilità è passato, ieri, da Roma proprio all’Ue. Prima il portavoce della Commissione che ha impartito all’inviato dell’Ansa la lezioncina di diritto comunitario sul fatto che “nessuno può uscire unilateralmente dal Patto di Stabilità”. E ancora: “Secondo il braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita, gli Stati membri sottoposti a procedura per disavanzo eccessivo devono rispettare il percorso correttivo raccomandato dal Consiglio, definito in termini di crescita della spesa netta”. Più che correttivo, per l’Italia, sarà il braccio della morte economica. Ma a Bruxelles, evidentemente, certe cose interessano poco. Il guaio è che nessuno ha spiegato all’Ue, ai suoi portavoce e alla sua classe dirigente che non si può pretendere, insieme, di assumere decisioni che hanno effetti politici giganteschi sulla vita degli Stati e, contestualmente, passare per degli espertoni intoccabili, vestali di regole ormai obsolete come una calcolatrice al tempo dell’Ai, di essere considerati, in buona sostanza, al di là del bene e del male. L’Ue non è mica l’Ocse né il Fmi, che pure i loro peccatucci li hanno commessi. Né tantomeno l’Opec che pure continua a perdere pezzi: dopo il Qatar, pure gli Emirati.

Il sogno del falco Dombrovskis

La parola, nel pomeriggio, è poi passata al signor Dombrovskis. Il lettone di ferro, commissario all’Economia, falco di lunghissimo corso nelle istituzioni comunitarie, ha invece pigiato sull’acceleratore. “L’Italia – ha detto – non ha presentato alcuna richiesta di deroga”. Poi riesce nel capolavoro di dipingere uno scenario a dir poco fosco, tenebroso: “Quello che vogliamo – ha detto ancora Dombrovskis sul tema del Patto – è avere procedure di infrazione più rapide, più automaticità e anche sanzioni potenzialmente più elevate”. Non si saziano mai. “Essere più rigorosi nel concedere proroghe” da accompagnare a “un calendario chiaro e realistico delle misure da adottare”. E poi: “Può esserci una sola richiesta di estensione del termine”. Dialogo? Sì, ma non troppo: “Se non ha successo, direttamente a procedure più rapide”. Qualche settimana un’importante testata internazionale come The Economist si chiedeva perché l’Italia, una vera potenza economica, s’ostinasse a comportarsi come se fosse uno Staterello preunitario. E citava il complesso di Calimero. Ecco, magari sarebbe giunto il momento di fare qualcosa. Comprendere fino a che punto sia davvero di nostro interesse restare in un’Unione che ci riempie di vincoli ma che, politicamente, non è stata capace nemmeno di darsi una Costituzione.

Meloni non ci sta: “Deroga non va esclusa”

Gli Emirati Arabi sono usciti dall’Opec che, sia detto con rispetto, ha un peso imparagonabile al fantasma brussellese. E noi, riusciremo almeno a far tremare qualcuno una volta tanto? Meloni, intanto, tiene la barra dritta e non si fa prendere dal nervosismo. Spiega, dopo il Cdm di ieri, di pensare a un nuovo taglio delle accise che sarà più breve in termini di tempo e asimmetrico (“abbiamo visto che il gasolio è rincarato del 24%, la benzina del 6% quindi pensiamo a taglio che non sia orizzontale”). Quindi ha mandato un sms a Bruxelles: “La proposta di una deroga generale del patto a mio avviso, non dovrebbe assolutamente essere esclusa. Non bisogna aspettare la fase acuta per immaginare soluzioni – ha aggiunto – ma bisogna anche prevenire”.


Torna alle notizie in home