Gogna social, stupro fake: stalking, 5 indagati
Lo smartphone, non più e solo uno strumento, ma lo spazio in cui si formano le verità e si eseguono le sentenze
Arezzo, 15enne perseguitato per una falsa accusa di stupro: 5 minorenni indagati per stalking, quando la gogna social è inarrestabile.
Gogna social: 5 minori indagati per stalking
Una campagna di denigrazione virtuale e fisica durata mesi. Nonostante la smentita pubblica della stessa ragazza indicata come vittima, un gruppo di coetanei ha continuato a bersagliare l’adolescente con minacce e aggressioni. La Procura per i minorenni di Firenze ha notificato l’avviso di chiusura indagini.
La Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Firenze ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di cinque minorenni, accusati del reato di stalking ai danni di un loro coetaneo di 15 anni residente ad Arezzo.
L’inchiesta, condotta sul campo dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Arezzo, ha portato alla luce un grave e prolungato contesto di atti persecutori scaturiti da una falsa accusa di violenza sessuale.
L’origine della vicenda e la fake news sui social
La spirale di molestie ha avuto inizio a seguito di una voce, rivelatasi del tutto infondata, secondo la quale il quindicenne avrebbe compiuto uno stupro. La notizia fasulla ha immediatamente trovato cassa di risonanza nelle chat, trasformando il coetaneo nel bersaglio di una violenta campagna di denigrazione e odio online.
Il ragazzo ha iniziato a ricevere sistematicamente messaggi dal contenuto fortemente ingiurioso, minacce e intimidazioni attraverso chat private e commenti su Whatsapp e Instagram.
La smentita
La gravità del caso risiede anche in ulteriore aspetto. La stessa ragazza, indicata inizialmente dalla rete e dal gruppo di indagati come la presunta vittima della violenza sessuale, è intervenuta pubblicamente smentendo in modo categorico qualsiasi episodio di abuso o molestia nei propri confronti.
Dalle minacce online alle aggressioni fisiche
Nonostante la chiara e pubblica smentita, la macchina del fango e delle persecuzioni non si è arrestata, spostandosi dal mondo virtuale a quello reale. I cinque minorenni indagati hanno continuato a tormentare il quindicenne, intercettandolo nei suoi spostamenti quotidiani ad Arezzo. Agli insulti si sono così aggiunti veri e propri pedinamenti, appostamenti e aggressioni fisiche e verbali avvenute sotto scuola e nei luoghi di aggregazione frequentati dall’adolescente. Un clima di costante pressione e paura che ha indotto la vittima a modificare radicalmente le proprie abitudini di vita.
Il cortocircuito della realtà
La foga del “branco” di “punire” il presunto colpevole, ignorando persino la smentita della diretta interessata, evidenzia un cortocircuito profondo. Il desiderio di giustizialismo si trasforma in violenza, alimentato da una totale analfabetizzazione emotiva e legale sui reati di genere e da dinamiche di branco governate dagli smartphone.
La percezione distorta della violenza di genere tra gli adolescenti
L’inchiesta di Arezzo fotografa la pervasività dei social (Instagram e WhatsApp innanzitutto) nel determinare l’agire dei minori. Lo smartphone, non più e solo uno strumento, ma lo spazio in cui si formano le verità e si eseguono le sentenze.
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