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Politica

A Napoli il campo largo scopre il campo minato

di Alberto Filippi -


C’è chi si fidanza con i fiori e chi si fidanza coi fischi, e a Napoli il centrosinistra ha scelto la seconda opzione con una tempestività che ha del comico. Perché diciamocelo: non siamo ancora al matrimonio, quello con tanto di abito bianco, coriandoli e liste di nozze truccate per accontentare tutte le correnti.

Siamo, nella migliore delle ipotesi, al primo anello di fidanzamento, quello che si scambia in piazza del Gesù con Manfredi, Fico, Bonelli e Conte sul palco a recitare la parte degli innamorati.

Peccato che la suocera, quella vera, quella dura, quella che non ha nessuna intenzione di firmare il consenso al matrimonio, si sia presentata in anticipo sotto forma di Potere al Popolo, disoccupati e sindacati di base, trasformando la promessa di nozze in una colluttazione acustica a colpi di fischi e cori da stadio.

E qui viene il bello, o il brutto, a seconda di dove si è seduti: se le statistiche dicono che quasi un matrimonio su due naufraga tra tradimenti, incomprensioni e carte bollate del divorzio, cosa dovremmo aspettarci da un fidanzamento che si guasta ancora prima dello scambio degli anelli?

Perché a contestare Bagnoli, gentrificazione, acqua pubblica, sanità e lavoro non è stata la destra, non è stato l’avversario di sempre comodo da additare: è stata una fetta del popolo di sinistra, quello vero, quello che il campo largo dovrebbe rappresentare e che invece ha deciso di andarsene sul più bello, lasciando il comizio a riprendere in un silenzio imbarazzato, come una festa di paese dopo la rissa.

Ma se questo è il rumore che si sente, immaginiamoci il silenzio: quello dell’elettorato moderato, meno urlante, meno organizzato in cortei, ma tutt’altro che disposto a subire matrimoni combinati dall’alto in nome dell’aritmetica elettorale.

Quell’elettore non necessariamente cambierà casacca: più probabilmente resterà a casa, ed è proprio questo silenzio domestico, altro che comizi urlati, che dovrebbe far tremare i polsi a chi costruisce alleanze pensando più alla poltrona che al programma.

Perché la politica, oggi, sembra cercare il consenso non per il Paese ma per la sopravvivenza della casta, e se l’operazione fosse almeno condotta con eleganza, salvando la forma, si potrebbe anche perdonare. Ma farlo con questa sfrontatezza, con questa evidenza plateale da piazza del Gesù, non è più diplomazia politica: è una presa in giro bella e buona, di cui prima o poi anche la sinistra più onesta dovrà chiedere conto.

Il campo largo voleva sposarsi in pompa magna, e invece ha scoperto sulla propria pelle una vecchia legge non scritta della politica italiana: prima di dire “sì”, forse bisognerebbe chiedersi se l’anello, oltre a scintillare, non stia già scottando.


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