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Editoriale

Il caso Ranucci danneggia la Rai e chi fa vere inchieste

di Adolfo Spezzaferro -


Non critichiamo mai a cuor leggero un collega, perché siamo profondamente convinti che la libertà di stampa è sacra e inviolabile. Gli unici limiti sono quelli delle leggi. Infatti, quando li viola il giornalista viene sanzionato, finanche radiato dall’ordine.

Se un giornalista poi scrive o (come nel caso di Sigfrido Ranucci) dice una cosa contro qualcuno e questo qualcuno ritiene che quanto detto sia falso, lo querela per diffamazione. Un classico del nostro mestiere – c’è chi la causa la vince e chi la perde (se alla fine quanto detto si dovesse rivelare vero). E c’è pure chi se ne infischia della querela perché l’importante è colpire l’avversario.

Ecco, in tal caso noi ci dissociamo nettamente e totalmente da chi abusa della nostra professione calunniando qualcuno per infangare la sua reputazione. Il ragionamento che fanno questo tipo di sedicenti giornalisti è che intanto la notizia-bomba è esplosa, poi se si scopre che è una fake news basta non dargli troppa importanza.

Nel caso del dipendente Rai Ranucci, che ospite in una trasmissione della concorrenza ha accusato il ministro della Giustizia di una infamante fandonia, il danno è doppio. Se il ministro Nordio dovesse andare per vie legali (e ne avrebbe tutto il diritto) sarebbe altrettanto giusto che la Rai non offrisse la copertura legale (automatica in caso di querele), perché il danno subito dal servizio pubblico è evidente. Secondo e forse pure più grave danno: le invenzioni calunniose di Ranucci infangano il vero giornalismo d’inchiesta di cui il suddetto conduttore Rai dovrebbe far parte.

L’autorevolezza di format come Report si basa proprio sul far scoprire fatti di cui i cittadini sono all’oscuro. Fatti comprovati, a prova di querela. Ranucci invece abusa del suo pedigree, diciamo, per attaccare un avversario politico. Per noi questo non è più giornalismo.


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