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Editoriale

La trappola dei provocatori e l’odio politico

di Adolfo Spezzaferro -


Non si risponde alle provocazioni, perché se si cade nella trappola e si perdono le staffe si può reagire in modo incontrollato, passando automaticamente dalla parte del torto. A volte le provocazioni sono pilotate, strumentali: si punta alla reazione appunto. E se l’effetto è eclatante, la causa passa in secondo piano. A maggior ragione se il provocato fa più notizia del provocatore.

Prendiamo il caso del 33enne che a Milano la sera della commemorazione dell’omicidio di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 da esponenti di Avanguardia Operaia, ha strappato i manifesti in memoria di questa tragedia dell’odio politico. Mentre li strappava è stato visto da chi li stava affiggendo ed è stato picchiato. La notizia però è diventata quella del pestaggio politico e non della sua provocazione, doppiamente grave vista la natura dei manifesti in questione. Stessa dinamica quella della provocazione di chi è arrivato al corteo del 25 aprile con le bandiere di Israele e le foto di Netanyahu.

La notizia è stata che questi signori, che avevano tutto il diritto di manifestare con gli altri, sono stati cacciati dal corteo (pieno zeppo di proPal e di anti-sionisti). Anche in questo caso la causa è finita in secondo piano rispetto all’effetto. In entrambe le vicende, i provocatori hanno raggiunto lo scopo: far reagire in modo spropositato i provocati.

Ci sono però delle differenze: il 25 aprile ormai è diventata la celebrazione di una guerra (in)civile tutta a sinistra tra chi ha più titolo di essere in piazza rispetto agli altri che vorrebbero festeggiare sventolando il Tricolore, su cui nessuno avrebbe da ridire. Il 33enne che ha strappato i manifesti di Ramelli è stato picchiato per questo gesto – reazione esagerata – ma ha contribuito ad alimentare proprio quell’odio politico che ha ucciso un 18enne 51 anni fa. Ecco, ci sembra una provocazione molto più grave.


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