Minetti, la grazia dell’imbarazzo
Il rischio, ancora una volta, è quello classico del sistema italiano: un rimpallo di responsabilità tra magistratura, amministrazione e organi giudiziari. La vicenda è quella della grazia concessa a Nicole Minetti, un atto di clemenza del Colle che cancella tre anni e undici mesi di pena, motivato da presunti “gravi motivi di salute di un familiare minore”, un bambino di otto anni adottato in Uruguay.
In modo del tutto inusuale, dalla Presidenza della Repubblica, dopo un’inchiesta giornalistica de Il Fatto Quotidiano che rivela presunte gravissime irregolarità e ombre allarmanti, parte una richiesta di verifica al ministro Carlo Nordio, che a sua volta sollecita ulteriori accertamenti alla Procura Generale di Milano, già titolare dell’istruttoria. Da lì la spirale si allarga: atti, verifiche, richieste all’estero, fino all’Interpol e all’ambasciata italiana in Uruguay, dove dovrebbero essere ricostruiti passaggi decisivi della vicenda.
È una brutta storia, che inevitabilmente finisce per imbarazzare il Quirinale. Dossier incompleto o polpetta avvelenata? A chi spettava davvero certificare la solidità delle informazioni? Quanta responsabilità pesa sul Ministero della Giustizia e quanta sulle procure che hanno espresso i pareri istruttori? E soprattutto: nell’eterno scaricabarile all’italiana, a chi resterà in mano il cerino?
Tante domande ma un’unica certezza: in linea generale la grazia, una volta concessa dal Presidente della Repubblica, è un atto irreversibile, non si ritira come una decisione amministrativa qualunque. Proprio per questo, se emergessero falsità nei presupposti, non si annullerebbe automaticamente l’atto, ma si indagherebbe su chi ha prodotto o avallato quelle informazioni. Ed è qui che il caso diventa politicamente sensibile: non tanto se la grazia possa essere revocata, ma se sia stata concessa su basi solide.
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