Il dogma del 3% decide il destino dei conti pubblici europei
Il deficit italiano attualmente appare ancora fermo. La spesa pubblica è una componente della domanda aggregata e, in determinate condizioni, può produrre un effetto moltiplicatore sul reddito.
In questi giorni ci siamo scoperti tutti esperti di decimali. Il deficit italiano del 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, certifica l’Istat. Giorgia Meloni parla più precisamente del 3,08 e si rammarica: sotto il 3 per cento l’Italia avrebbe potuto uscire con un anno di anticipo dalla procedura europea per disavanzo eccessivo.
Domande e risposte
Insomma, a 2,99 siamo promossi. A 3,08 restiamo dietro la lavagna. Viene allora spontanea una domanda che, in mezzo a tanto feticismo aritmetico per i decimali, quasi nessuno sembra porsi: perché proprio il 3 per cento? Quale legge dell’economia stabilisce che uno Stato sia virtuoso sotto quella soglia e diventi reprobo appena la supera?
La risposta è sorprendente: nessuna. Bisogna tornare nella Francia di François Mitterrand, anno 1981. Il presidente ha un problema molto concreto: contenere un deficit pubblico in crescita e disporre di un argomento semplice con cui opporsi alle richieste di spesa dei ministri. Alcuni funzionari del ministero delle Finanze sono incaricati di trovare un criterio. Tra loro c’è Guy Abeille, che molti anni dopo racconterà la genesi della celeberrima soglia.
Il deficit francese
Sul tavolo c’erano circa 100 miliardi di franchi di deficit e una previsione del Pil francese attorno ai 3.300 miliardi. Si divide il primo numero per il secondo ed ecco materializzarsi, grosso modo, il 3 per cento. Abeille avrebbe poi spiegato che nessuna teoria economica aveva guidato quel calcolo. Era, molto più prosaicamente, una regola pratica escogitata per esigenze di politica interna francese.
Undici anni dopo, quella percentuale nata quasi artigianalmente approda a Maastricht e diventa uno dei parametri della futura Unione monetaria: deficit non superiore al 3 per cento del Pil, valore di riferimento del debito pari al 60 per cento. E così una cifra nata su una calcolatrice della burocrazia francese acquista progressivamente la ieraticità di una costante di natura.
Ora, non si tratta di fare guerre manichee sostenendo che i deficit sono sempre buoni e i bilanci in ordine sempre cattivi; sarebbe una sciocchezza uguale e contraria. Il punto è ricordare che il deficit non è, in sé, una malattia.
Ce lo insegnano i manuali di economia keynesiana. La spesa pubblica è una componente della domanda aggregata e, in determinate condizioni, può produrre un effetto moltiplicatore sul reddito: un euro di maggiore spesa può generare più di un euro di prodotto. L’efficacia dipende naturalmente dalla fase economica, dalla qualità della spesa, dai tassi, dal livello del debito e da molte altre variabili. Ma trasformare il deficit in una specie di peccato originale dell’economia non è dirittura scientifica, o etica kantiana; è solo una scelta di politica economica. Tanto più che non tutti i debiti sovrani sono uguali.
Gli Stati che emettono il proprio debito nella moneta di cui controllano l’emissione dispongono di una banca centrale capace, entro limiti e modalità differenti, di intervenire sul mercato dei titoli pubblici. L’Italia stessa conobbe qualcosa di assai più radicale prima del cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981: dal 1975 Bankitalia era acquirente residuale dei titoli di Stato non collocati alle aste e il divorzio eliminò quell’automatismo come ricorda ancor oggi la stessa Banca d’Italia.
Naturalmente una banca centrale non abolisce le leggi dell’economia: monetizzare o sostenere il debito può produrre inflazione, svalutazione e altri squilibri. Ma cambia radicalmente il problema della liquidità e del finanziamento del debito denominato nella propria valuta. È una differenza che conoscono bene Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, le cui banche centrali hanno acquistato negli ultimi anni quantità enormi di titoli pubblici sui mercati secondari.
Ma la storia europea riserva un’altra sorpresa: a un certo punto, neppure il 3 per cento bastò più ai queruli fanatici del “pareggio”, persino peggiori, in questo caso, degli ansiosi cultori della vittoria in ambito sportivo.
Nel 1997 il Patto di stabilità e crescita indicò quale obiettivo di medio termine un saldo pubblico «prossimo al pareggio o in attivo». Non è un’interpretazione degli euroscettici: è scritto nel regolamento europeo 1466/97.
Con il Fiscal Compact del 2012 quella filosofia compì un ulteriore salto: il bilancio delle amministrazioni pubbliche doveva essere «in pareggio o in avanzo». Tecnicamente non significava deficit nominale zero: la regola faceva riferimento al saldo strutturale e prevedeva margini ed eccezioni. Ma il cambio di paradigma rispetto al 3 per cento di Maastricht era evidente.
Tesi giuridiche ed economiche
Fu precisamente su questo passaggio che il giurista Giuseppe Guarino costruì una delle sue critiche più radicali alla governance dell’euro: secondo la sua tesi, il diritto derivato aveva finito per sovrapporre al limite del 3 per cento stabilito dal Trattato un obiettivo sostanzialmente diverso e assai più restrittivo: «Il 01.01.99 è stato effettuato un colpo di Stato con fraudolenta astuzia. La costituzione degli Stati è stata violata attraverso un regolamento che, a sua volta, viola i trattati e pretende applicazione senza passare attraverso le procedure di ratifica previste per i trattati».
Una tesi giuridica, naturalmente, non una sentenza della Corte di giustizia. Ma abbastanza seria da meritare di essere discussa invece che archiviata come eresia.
Noi italiani, nel frattempo, facemmo persino di più, e ben di peggio. Nel 2012 approvammo una legge costituzionale il cui titolo ufficiale recita: «Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale». Furono modificati gli articoli 81, 97, 117 e 119. E anche qui occorre essere precisi: l’articolo 81 non impone letteralmente un deficit zero.
Stabilisce che lo Stato assicuri «l’equilibrio tra le entrate e le spese», tenendo conto delle fasi favorevoli e avverse del ciclo, e consente l’indebitamento nelle circostanze previste dalla stessa Costituzione. Ma la genesi europea della riforma è riconosciuta dagli stessi documenti parlamentari.
La coincidenza temporale è deliziosa. Pochi mesi prima, nel luglio 2011, cinque premi Nobel per l’economia – Kenneth Arrow, Peter Diamond, Eric Maskin, William Sharpe e Robert Solow – insieme ad altri autorevolissimi economisti avevano scritto al presidente Obama e al Congresso americano per scongiurarli dal costituzionalizzare l’obbligo del pareggio di bilancio.
La ragione era elementare: durante una recessione le entrate fiscali diminuiscono e alcune spese aumentano automaticamente. Costringere lo Stato a pareggiare comunque i conti significa obbligarlo a tagliare la spesa o aumentare le tasse proprio quando l’economia sta rallentando, aggravando così la recessione. Definirono l’idea una politica «very unsound» e conclusero che non vi era alcun bisogno di infilare l’economia nazionale in una “economic straitjacket”, una camicia di forza economica.
Gli americani la camicia di forza non se la misero. L’italiano universale che è in noi – quello che, come ci ricorda ab aeterno l’immortale battuta di Sordi, “vuò fa’ l’americano” – pochi mesi dopo la inserì addirittura nella Costituzione. E arriviamo finalmente a oggi.
Perché nel frattempo persino l’Europa ha cambiato ancora una volta le proprie regole.
La riforma entrata in vigore nel 2024 ha abrogato il vecchio regolamento 1466/97 e spostato il baricentro della sorveglianza sui piani fiscali strutturali di medio termine e sui percorsi pluriennali della spesa netta. La stessa normativa dichiara di avere incorporato nel diritto dell’Unione la sostanza del Fiscal Compact.
Il pareggio del bilancio e gli anni che passano
Il pareggio di bilancio, inteso come stella polare della governance europea, ha dunque perso quella centralità quasi sacrale che aveva assunto negli anni dell’austerità. Il 3 per cento, invece, è ancora lì: il nuovo regolamento continua a prevedere che il deficit venga portato e mantenuto sotto quella soglia nel medio periodo, inserendolo però in un sistema assai più articolato di traiettorie della spesa e sostenibilità del debito.
Ed eccoci al paradosso finale. Quarantacinque anni dopo che alcuni funzionari francesi presero un deficit di circa cento miliardi di franchi, lo divisero per il Pil e videro comparire sulla calcolatrice un numero vicino a tre, l’Italia discute appassionatamente se un 3,08 per cento ci renda o meno meritevoli di uscire anticipatamente da una procedura europea.
Quindi, Houston, abbiamo un grosso problema, ma non sono le “regole” in sé, quanto piuttosto la memoria dell’origine di quelle regole: quando una convenzione politica perde la propria storia, rischia di trasformarsi in dogma. E quando un dogma acquista due cifre dopo la virgola, finiamo per chiamarlo precisione scientifica e per dargli corda. Anche, se serve, per impiccare la nostra economia.
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