In Congo si muore per un crocifisso. E noi parliamo di accoglienza
C’è un posto nel mondo dove essere cristiani è ancora una condanna a morte. Si chiama Repubblica Democratica del Congo, provincia del Nord Kivu, provincia dell’Ituri. Luoghi che i telegiornali italiani conoscono quanto noi conosciamo il sanscrito. Eppure là, da anni, si consuma qualcosa che in un altro contesto chiameremmo senza esitazione con il suo nome: genocidio religioso.
Solo tra il 12 e il 15 febbraio scorso, oltre 70 cristiani sono stati massacrati nella chiesa protestante di Maiba, vicino a Lubero. I miliziani delle Allied Democratic Forces, gruppo terroristico islamista affiliato all’ISIS e di origine ugandese, hanno fatto irruzione nel villaggio, preso in ostaggio circa cento persone, e lasciato sul terreno decine di corpi — molti legati, molti decapitati. Tra le vittime: donne, bambini, anziani. Colpa loro? Avere un Vangelo sul comodino invece di un Corano.
Non è la prima volta. Solo pochi mesi prima, 37 giovani della Crociata Eucaristica erano stati trucidati durante una veglia di preghiera a Komanda, nella chiesa della Beata Anuarite. Una veglia di preghiera. Non una manifestazione armata, non un presidio militare. Una veglia. Con candele, probabilmente. E canti.
Quattordici cristiani, molti giovanissimi, sono stati uccisi perché hanno rifiutato di convertirsi all’islam. Eseguiti. Come si fa con i polli. Con la differenza che ai polli nessuno chiede prima di cambiare religione.
Secondo l’indice mondiale di Open Doors, nel 2025 sono stati 4.849 i cristiani uccisi per la loro fede a livello globale, di cui 4.491 nell’Africa sub-sahariana. Quasi tutti. Quasi in silenzio. Quasi senza che qualcuno in Occidente alzasse un sopracciglio.
Ora, due pensieri che si impongono da soli, come ospiti non invitati ma puntuali.
Il primo riguarda il Papa. Parlare di pace è sacrosanto, è il mestiere più nobile del mondo. Ma difendere i cristiani non significa andare contro qualcuno: significa essere per qualcuno. Significa che quando dei ragazzi vengono massacrati mentre cantano salmi, il Vicario di Cristo ha non solo il diritto ma il dovere di alzare la voce con una chiarezza che vada oltre il comunicato diplomatico. Il martirio era comprensibile nei primi secoli, quando i romani lanciavano i cristiani ai leoni come intrattenimento serale.
Nel 2026, lasciare che i fedeli muoiano senza una reazione forte e nominale non è misericordia: è complicità del silenzio.
Il secondo pensiero riguarda noi. L’Italia, l’Europa, il sistema dell’accoglienza che ogni giorno si riempie la bocca di diritti, integrazione, umanità. Bellissime parole. Però permettetemi di sollevare una questione scomoda, di quelle che si aggirano nei corridoi del pensiero comune ma che nessuno osa pronunciare ad alta voce per non rischiare l’etichetta di razzista — quella etichetta che non scade mai, come il latte a lunga conservazione.
Se siamo disposti — e giustamente — a dare asilo politico a chi scappa dalla persecuzione, allora per quale logica rovesciata siamo anche disposti ad accogliere, senza filtri adeguati, chi da quella persecuzione proviene come agente e non come vittima? Chi arriva dal Congo non è automaticamente un persecutore, sia chiaro.
Ma chi arriva dall’ambiente delle ADF, chi ha partecipato a quei massacri, chi ha imbracciato il fucile in nome dell’ISIS nella foresta del Nord Kivu — costui ha titolo morale e garanzie di sicurezza pubblica per sbarcare a Lampedusa e ricevere il permesso di soggiorno?
La risposta logica sarebbe no. Ma la risposta politica, quella che emerge dai dibattiti parlamentari, dai talk show e dalle dichiarazioni dei nostri illuminati progressisti, è che fare questa distinzione è fascismo. Che chiedere garanzie è xenofobia. Che dubitare è intolleranza.
Comodo. Molto comodo. Soprattutto per chi il Congo lo vede solo sulle cartine geografiche.
I cristiani del Nord Kivu, invece, lo vivono. E spesso ci muoiono.
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