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Intervista alla senatrice Susanna Donatella Campione (FdI): “Restituire rispetto alla salma di chi non siamo riusciti a proteggere in vita”

di Priscilla Rucco -


Per decenni il sistema giuridico italiano ha convissuto con una falla: chi uccideva il proprio partner o un familiare conservava il diritto di decidere della sepoltura della vittima, potendo scegliere tra cremazione e tumulazione come se nulla fosse avvenuto. Un grave controsenso che la nuova legge approvata dalla Camera il 3 marzo 2026 -con 238 voti e nessun contrario – ha finalmente modificato. La proposta è nata al Senato su iniziativa della senatrice della Lega Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, e aveva già ottenuto il via libera di Palazzo Madama nel marzo 2025 con 107 voti favorevoli.

Susanna Donatella Campione è senatrice di Fratelli d’Italia, membro della commissione Giustizia e componente della commissione femminicidio da anni in prima linea sui temi della tutela delle vittime di violenza domestica.

Aveva anticipato i contenuti di questa riforma a L’identità qualche mese fa, quando il provvedimento era ancora in itinere al Senato.

Fino a ieri era davvero possibile che un assassino disponesse del corpo della propria vittima?

“Sembra incredibile, eppure fino a ieri era così. Chi uccideva il coniuge -e troppo spesso si trattava della moglie – poteva decidere del destino delle sue spoglie. La normativa penale, insieme al regolamento di polizia mortuaria del 1990, stabiliva che, in assenza di disposizioni testamentarie, fosse il coniuge a scegliere sulla sepoltura o sulla cremazione della persona deceduta. Anche quando su quel coniuge gravava un rinvio a giudizio o addirittura una condanna per averne provocato la morte”.

Come definirebbe questa “stortura” giuridica?

“Gravissima: l’assassino che dispone del corpo della vittima mentre i familiari restano esclusi e feriti. E spesso sceglie la cremazione, con la conseguente distruzione di elementi potenzialmente decisivi per l’accertamento della verità. Neppure la finzione cinematografica avrebbe potuto immaginare un paradosso simile. Il corpo racconta, anche dopo la morte, ciò che ha subito. Ma proprio chi lo aveva privato della vita poteva imporre il silenzio definitivo”.

Senatrice Campione, cosa cambia con la nuova legge?

“Il provvedimento interviene su due pilastri normativi: il codice penale e il DPR 285 del 1990 sul regolamento di polizia mortuaria. Con la riforma, chiunque venga condannato – anche a seguito di patteggiamento – per l’uccisione del coniuge, del partner di unione civile, del convivente di fatto o di un parente prossimo, decade automaticamente da ogni diritto sulle spoglie della persona uccisa. Sul piano tecnico, la legge introduce il nuovo articolo 585-bis nel codice penale, che configura come pena accessoria tale decadenza. Nella fase processuale antecedente alla sentenza, l’indagato non potrà neppure intervenire sulle decisioni relative alla salma. Viene inoltre introdotto il divieto di cremazione fino al passaggio in giudicato”.

Senatrice qual è la valenza concreta di questo divieto di cremazione?

“Il corpo, si sa, parla. La scienza forense moderna è in grado di estrarre informazioni determinanti dai resti umani anche molto tempo dopo la morte: tracce biologiche, segni di violenza, presenza di sostanze. In diversi casi di femminicidio la cremazione rapida ha reso impossibile recuperare elementi utili alle indagini. Impedire che l’autore del reato possa disporre del corpo significa proteggere la possibilità stessa di fare piena luce su quanto accaduto”.

Come legge questo risultato politico ottenuto all’unanimità?

“Certamente il legislatore di un tempo non si trovava di fronte alla scia di sangue a cui assistiamo oggi e a cui stiamo provando a porre un freno con leggi sempre più specifiche e mirate. Su temi che toccano la dignità della persona e la tutela delle vittime la sensibilità può e deve superare ogni divisione politica. E questo voto lo dimostra”.

Qual è il significato più profondo di questa riforma?

“Con la nuova legge chi è rinviato a giudizio o condannato per aver causato la morte del coniuge, dell’altra parte dell’unione civile, di un parente prossimo o del convivente di fatto perde il diritto di disporre delle spoglie mortali. Una scelta che risponde a un duplice obiettivo: garantire la conservazione delle prove e consentire alla giustizia di accertare pienamente i fatti, ma soprattutto restituire rispetto alla salma di chi non siamo riusciti a proteggere in vita. È un passo di civiltà necessario. Perché la giustizia non può fermarsi davanti alla morte. E perché nessun assassino deve più avere l’ultima parola sul corpo della propria vittima”.


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