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Esteri

Il partito unico della guerra

di Alessandro Scipioni -


L’invio di armi e il conto pagato dalle famiglie

​La democrazia rappresentativa europea soffre da tempo di una curiosa allergia. Quando l’opinione pubblica continentale si ostina a pensarla in modo diverso dai salotti che contano, quei pensieri smettono magicamente di esistere. Prendiamo il capitolo ucraino e la mania compulsiva dell’invio di armi. I sondaggi lo gridano da anni con la forza dei numeri, e non parliamo soltanto dell’Italia.

Da un capo all’altro dell’Unione Europea la stragrande maggioranza dei cittadini, trasversalmente, di sinistra o di destra, non ne vuole sapere di alimentare un conflitto senza fine, chiede la neutralità e storce il naso davanti ai tamburi di guerra.

​A pesare come un macigno sulla vita reale delle famiglie e delle imprese c’è poi il disastro economico collaterale, figlio di una strategia miope: la grave crisi energetica e le sanzioni autoimmuni imposte alla Russia hanno finito per dissanguare le economie della comunità europea, strangolando il tessuto produttivo mentre i mercati globali ringraziano e i concorrenti extraeuropei banchettano sulle nostre macerie.

Governo e opposizione, la sottile linea d’ombra

​Eppure, se si guarda alle cancellerie di Bruxelles e ai palazzi del potere continentale, sembra di assistere a una realtà parallela. Come fa giustamente notare Marco Travaglio, la distanza tra la linea del governo e quella dei vertici dell’opposizione sull’Ucraina è ormai una sottile linea d’ombra. Cambiano i toni, ma la sostanza del voto allineato non muta. Da una parte c’è chi si incastra tra le ambizioni atlantiche e la realpolitik, dall’altra chi ha smesso di rappresentare le storiche anime pacifiste del proprio elettorato per accodarsi disciplinatamente al dogma comunitario.

​Il punto politico vero, però, è un altro e fa male: ha ancora diritto di cittadinanza il pensiero difforme in Europa?

O forse l’allineamento totale e acritico alle direttive della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, al riarmo preventivo e allo scontro frontale a oltranza con Mosca è diventato l’unico vero certificato di agibilità democratica?

E soprattutto, non si capisce per quale misterioso cortocircuito morale sia diventato vergognoso, o immorale, chiedere la pace e la fine dell’invio di armi, quando a pensarla così è la stragrande maggioranza dei popoli europei.

Sovranità popolare barattata con il timbro dei potentati

​Ridurre un’opinione radicata nella pancia del continente a semplice rumore di fondo da ignorare o, peggio, da schedare come simpatia per il nemico, significa svuotare di senso il patto costituzionale europeo. Se la maggioranza dei cittadini europei è contraria all’escalation militare, ma i governi continuano a marciare compatti nella direzione opposta, il problema non sono le masse che sbagliano a interpretare la realtà. Il cortocircuito è di un sistema politico transnazionale che ha paura del confronto, barattando la sovranità popolare in cambio del timbro di gradimento dei soliti, immancabili potentati.

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