La fobia della plastica incombe sui nostri carrelli: cosa cambia
Le resistenze dell'industry dell'imballaggio ma il conto alla rovescia è partito
La fobia della plastica incombe sui nostri carrelli. Una data che finora non ha conquistato i titoli dei quotidiani è quella da cui dipende se un prodotto potrà stare a scaffale oppure no.
Arriva il nuovo Regolamento Ue sugli imballaggi
Da segnare in rosso il 12 agosto, il mercoledì prima di Ferragosto che segnerà l’inizio ufficiale del Ppwr – Packaging and Packaging Waste Regulation-, il regolamento Ue che riscrive le regole di tutto ciò che avvolge i nostri acquisti. Non si tratta di un semplice aggiornamento, ma di una vera e propria svolta.
L’imballaggio cessa di essere un accessorio per diventare un componente strategico soggetto a controlli rigorosi sulla composizione chimica e sulla documentazione tecnica. qualcuno l’ha chiamata la guerra invisibile ai Pfas.
Il primo scoglio operativo è la sicurezza chimica. Dal 12 agosto gli imballaggi a contatto con alimenti che superano soglie infinitesimali di Pfas, le cosiddette “sostanze eterne”, saranno banditi.
Parliamo di limiti severissimi: meno di 25 parti per miliardo per ogni singola molecola. Questa “tagliola” colpisce direttamente le barriere anti-grasso dei cartoni della pizza, le vaschette per hamburger e i sacchetti di carta oleata.
La fobia della plastica
Le imprese, tramite Federchimica, denunciano l’assenza di un periodo di esaurimento scorte. Ciò che non è conforme dopo quel mercoledì deve sparire dal mercato, esponendo le aziende a responsabilità civili e amministrative pesantissime.
Senza una Dichiarazione di Conformità rigorosa, il packaging diventa fuorilegge. Mentre la chimica spaventa i produttori, il dibattito pubblico, quando è stato alimentato, si è infiammato su quella che l’industria italiana definisce “plastofobia” ideologica.
Dal 1° gennaio 2030, il regolamento vieterà gli imballaggi in plastica per frutta e verdura fresca sotto gli 1,5 kg. Qui lo scontro è frontale: l’associazione Pro Food evidenzia come questi imballaggi rappresentino solo l’1,5% della plastica nei supermercati, ma ne garantiscano una protezione fondamentale.
Il paradosso è che i cestini italiani in rPet contengono già oggi il 70% di materiale riciclato, superando i target Ue fissati per il 2030.
La “minaccia” per la nostra Packaging Valley
Toglierli, avvertono gli industriali, porterebbe a un aumento dello spreco alimentare fino al 25% e a costi aggiuntivi di 20 centesimi al chilo per i produttori, minando la competitività della nostra “Packaging Valley” in Emilia – Romagna che coinvolge circa 200 aziende. Il nodo politicamente più esplosivo riguarda però il Deposit Return System, il sistema di deposito con cauzione.
Entro il 2029, gli Stati dovranno intercettare il 90% delle bottiglie e lattine. L’Italia, con il suo 68% attuale di recupero del Pet, è lontana dall’80% necessario entro il 2026 per evitare l’obbligo. Perciò il Conai difende il modello italiano dei consorzi, definendo questo sistema una “costosa duplicazione” da 2,3 miliardi di euro di investimento iniziale. Di contro, associazioni come Aisec specificamente indirizzata allo sviluppo dell’economia circolare, sottolineano come la cauzione (anche solo di pochi centesimi) abbatta il littering -l’abbandono dei rifiuti – del 66%, portando a tassi di restituzione record come il 98% della Germania o il 73% raggiunto dall’Irlanda in soli sette mesi.
La rivoluzione
La rivoluzione, poi, entrerà fisicamente nelle nostre vite dal 2030 con l’eliminazione dei formati considerati superflui. Negli hotel spariranno i flaconcini di shampoo e bagnoschiuma – quelli che il marketing chiama amenities – , sostituiti da dispenser ricaricabili. Nei bar e ristoranti, per il consumo sul posto, diremo addio alle bustine monodose di ketchup, maionese e persino zucchero se confezionate in plastica.
Già entro il febbraio 2027, intanto, i locali dovranno permettere ai clienti di portare il proprio contenitore da riempire con bevande calde o fredde. E anche l’e-commerce subirà una dieta forzata: divieto di scatole con oltre il 50% di spazio vuoto.
C’è poi un altro “rito quotidiano”, talvolta in molte famiglie ripetuto più volte al giorno laddove la moka non è una “religione”. Dal 12 agosto, capsule e cialde saranno ufficialmente “imballaggi”. Questo comporterà l’obbligo di etichettatura e il pagamento di contributi ambientali specifici. Il Conai ha già previsto tariffe differenziate per premiare le capsule compostabili (246 euro alla tonnellata) e penalizzare quelle in plastica non separabile (790 euro alla tonnellata). Il consumatore dovrà abituarsi a conferirle spesso “piene” nella raccolta differenziata, seguendo istruzioni che, dal 2028, saranno armonizzate in tutta l’Ue tramite pittogrammi univoci.
I “furbetti dell’etichetta”
Il marketing della sostenibilità – quello da classificare tra i “furbetti dell’etichetta”-, infine, ha i mesi contati. Dal 27 settembre di quest’anno non sarà più possibile usare claim generici come “ecologico” o “amico dell’ambiente” senza prove scientifiche certificate: le sanzioni potranno raggiungere i 10 milioni di euro. In questo scenario, l’Italia gioca una partita ambiziosa: il nostro sistema di riciclo genera oggi 3,8 miliardi di euro di valore economico e risparmia ogni anno materie prime pari al peso di 830 Torri di Pisa.
Adeguarsi a questo Regolamento Ue non è solo una sfida burocratica, ma il biglietto d’ingresso per restare protagonisti in un mercato unico dove la “patente” ambientale varrà quanto la qualità del prodotto. Lo sforzo richiesto è enorme, ma il conto alla rovescia verso quel fatidico mercoledì di agosto è già iniziato.
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