La “guerra del marmo”: in Toscana Giani tra due fuochi
Venticinque auto danneggiate: ambiente vs lavoro, lavoro vs ambiente il solito refrain
Nella Toscana guidata da un governatore di centrosinistra, la guerra del marmo: ambiente vs lavoro, lavoro vs ambiente.
Cosa succede in Toscana?
L’Italia è un Paese che si divide su tutto, tranne che sulla conservazione dello status quo. L’ultimo atto di questa infinita commedia drammatica è andato in scena ieri lungo i tornanti che portano ai rifugi Orto di Donna e Val Serenaia sulle Apuane.
Venticinque auto rigate e danneggiate. Un gesto che le istituzioni definiscono “dal sapore mafioso” e che trasforma una camminata pacifica in un caso di ordine pubblico. Ma dietro la cronaca nera degli atti intimidatori si nasconde una guerra di cifre, strategie globali e rendite di posizione che può raccontare perché l’Italia resti al palo.
I “signori del marmo”: un’eccellenza che non accetta vincoli
Se la politica appare incerta, il settore industriale ha le idee chiarissime. Le imprese del marmo non sono realtà in crisi che chiedono assistenza, ma veri e propri giganti finanziari. Il distretto di Massa-Carrara ha riconquistato nel 2024 la leadership nazionale nei prodotti lavorati, con una quota del 31,1% del valore esportato in Italia. Parliamo di un export complessivo che supera i 623 milioni di euro.
Le ragioni delle imprese poggiano su una solidità granitica: mentre il territorio arranca, le società di capitali del lapideo vantano una redditività media dell’8,5%, oltre il doppio della media provinciale.
Con un investimento medio per impresa di 1,7 milioni di euro (contro i 780mila delle altre aziende locali), il comparto rivendica il proprio ruolo di motore economico insostituibile.
Le imprese e il loro business
Recentemente, le industrie hanno segnato un punto a loro favore anche nelle aule di giustizia. La Corte Costituzionale ha annullato l’obbligo di lavorare in loco almeno il 50% del materiale estratto, stabilendo che tali vincoli violano la libera concorrenza.
Per Confindustria, questa è la conferma che il mercato deve restare libero. L’impegno verso il territorio deve essere “incrollabile” ma basato su innovazione, design e tecnologia, non su imposizioni legislative che frenano la flessibilità imprenditoriale.
Il dilemma del carbonato: valore aggiunto o distruzione?
La strategia industriale si è spostata: meno volumi (l’estrazione di blocchi è ai minimi dagli anni ’70), ma più valore. Eppure, questo “valore” ha una faccia scura che le imprese chiamano “sottoprodotto” e gli ambientalisti “distruzione”. Circa l’80% del materiale estratto viene oggi trasformato in carbonato di calcio.
Un business enorme, che nutre le industrie chimiche di mezzo mondo, ma che produce la marmettola: una polvere finissima che intorbida le sorgenti carsiche e sfida i sistemi di depurazione. Se da una parte perfino l’ARPAT riconosce gli sforzi delle aziende più “virtuose” che rispettano le prescrizioni ambientali, dall’altra il monitoraggio costante rivela una contaminazione persistente degli acquiferi.
Lo sconforto di una transizione fantasma
Lo scontro è totale perché manca una visione comune. Gli attivisti denunciano che, a fronte di utili pazzeschi (fino al 47% del fatturato in alcuni casi), l’occupazione è crollata: dai 10mila addetti del passato a poche centinaia di oggi, a causa dell’automazione selvaggia.
In risposta, propongono il Pipsea, un piano di riconversione basato su turismo agricoltura e filiera corta, che però la politica regionale sembra non voler o poter attuare.
La politica, appunto. Il presidente Giani esprime solidarietà per le auto vandalizzate – tra queste quelle di alcuni consiglieri regionali dalla parte degli ambientalisti.
Ma il nuovo Piano del Parco delle Apuane resta un campo di battaglia. Da un lato c’è chi propone di chiudere le cave nelle aree più delicate (come il Pizzo d’Uccello), dall’altro ci sono spinte per aumentare del 5% le quote di escavazione.
L’Italia bloccata
L’Italia delle Apuane è il ritratto di un Paese bloccato. La potenza economica di un settore che non vuole rinunciare a un centimetro di profitto. Di fronte, una cittadinanza che non accetta più di scambiare la propria salute e il proprio paesaggio con un pugno di posti di lavoro sempre più rari.
Posizioni, finora, senza possibilità di mediazione. Domenica, hanno vinto le auto rigate. La “guerra del marmo” continua.
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