L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Ottant’anni dopo, costruire non dividere

di Laura Tecce -


Ci sono anniversari che rischiano di trasformarsi in rituali carichi di retorica. Gli ottant’anni dalla prima seduta dell’Assemblea Costituente, celebrati ieri alla Camera alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, meritano invece una riflessione sulla politica di oggi. Il luogo comune della “classe dirigente di una volta” è spesso stucchevole, ma c’è un dato difficile da ignorare.

Nel 1946 l’Italia era un Paese in macerie, reduce da una guerra perduta, da vent’anni di dittatura e da profonde divisioni politiche e sociali, eppure uomini e donne che la pensavano in modo radicalmente diverso riuscirono a scrivere insieme le regole della nuova democrazia. Non erano santi né eroi. Erano politici. E il conflitto erano in grado di governarlo, non di alimentarlo: la Costituzione repubblicana nasce da questa capacità, dal compromesso tra culture politiche differenti.

Ottant’anni dopo, il problema non è la presenza del conflitto, che in democrazia è fisiologico. Il problema è la difficoltà di trasformarlo in una sintesi. La velocità della comunicazione, la logica dei social e la ricerca continua di visibilità spingono verso una contrapposizione permanente. La politica può essere identità, ma non può ridursi a identità. Può essere comunicazione, ma non può esaurirsi nella comunicazione.

Nessuno rimpiange un passato lontano e irripetibile, il mondo del 1946 non esiste più. La lezione della Costituente conserva però una sorprendente attualità: le istituzioni democratiche funzionano quando chi le abita sa guardare oltre il consenso immediato. Per questo fa riflettere che, mentre alla Camera si celebrava la nascita della Repubblica parlamentare, alcuni esponenti di Futuro Nazionale abbiano scelto di manifestare all’esterno per protestare contro quello che ritengono uno scarso spazio riservato dalla Rai al movimento di Roberto Vannacci.

Una scelta legittima, come ogni iniziativa politica. Ma che finisce per evocare, quasi involontariamente, una delle contraddizioni del nostro tempo: mentre si celebra una generazione che seppe costruire istituzioni destinate a durare decenni, la politica contemporanea appare spesso assorbita dalla battaglia per la visibilità del giorno. Forse la distanza tra il 1946 e il 2026 non sta nelle idee, ma nelle priorità.


Torna alle notizie in home