Esteri

La rinuncia di Ron spiana la strada al bis di Trump

di Martina Melli -


Ron DeSantis ha spiazzato tutti ritirandosi dalla corsa elettorale a pochi giorni dalle primarie del New Hampshire. Lo ha annunciato su X, dicendo anche di appoggiare Donald Trump. La decisione del governatore della Florida è stata chiaramente determinata dalla “disfatta” ai caucus dell’Iowa, dove, nonostante il secondo posto, è stato staccato dall’ex presidente con ampio margine. “Per me è chiaro che la maggioranza degli elettori repubblicani delle primarie vuole dare a Donald Trump un’altra possibilità. Ha il mio appoggio perché non possiamo tornare alla vecchia guardia repubblicana che Nikki Haley rappresenta”.

La battaglia per la nomination è ora una sfida a due che si giocherà stanotte nello Stato del New Hampshire. La performance di Nikki Haley in questa occasione determinerà il futuro della sua campagna elettorale e forse della sua stessa carriera politica. La migliore possibilità di sopravvivenza per l’ex governatrice della Carolina del Sud è riposta nell’alta affluenza alle urne degli elettori indipendenti dello Stato che costituiscono il 40 per cento, mentre i repubblicani dichiarati sono circa il 30. Tanta affluenza significa una maggiore probabilità che a votare vadano gli elettori indipendenti e moderati, più propensi a sostenerla rispetto ai conservatori convinti. Nonostante questo scenario di grandi speranze, però, i sondaggi pubblici danno la Haley in netto svantaggio tra i sostenitori del partito, quasi 20 punti dietro Trump.

Secondo gli esperti politici, nello Stato potrebbero non esserci abbastanza repubblicani anti-Trump così come elettori moderati per far quadrare i numeri dell’unica donna attualmente in corsa per le presidenziali 2024. Ma quando esattamente e perché DeSantis, che era considerato il “Trump 2.0” o il “Trump senza bagagli”, ha perso la sua occasione? Nei primi sondaggi infatti il politico aveva ottenuto dei numeri che addirittura superavano quelli di Ronald Reagan e Barack Obama e sembrava rappresentare una reale minaccia per il tycoon, data la stretta vicinanza nei pronostici. La vittoria record per la rielezione come governatore della Florida nel novembre 2022 poi aveva dato a DeSantis un grande slancio, mentre The Donald era stato affossato dai deludenti risultati di metà mandato.

DeSantis per un po’ ha cavalcato la promessa di unire opposizione moderata e conservatrice su questioni come la risposta al coronavirus e la sinistra “woke”. Tuttavia, quando ha annunciato formalmente la sua candidatura in un’intervista con Elon Musk lo scorso maggio, era troppo tardi: i numeri erano crollati al 20% mentre quelli di Trump erano tornati sopra il 50%. Secondo molti la decisione di ritardare l’annuncio ufficiale da una parte ha fatto perdere a DeSantis mesi preziosi, dall’altra ha dato a Trump la possibilità, grazie ai titoli nazionali che circondavano le sue numerose beghe legali, di ricostruire la sua immagine di outsider e perseguitato politico.

Nel frattempo poi le ultime scie di pandemia erano passate. Il clamore suscitato dalla teoria critica della razza e dalle tematiche woke era sparito dalle notizie. Le questioni più tradizionali, tra cui l’aborto e gli immigrati al confine, erano di nuovo pressanti. Mentre R.D. si concentrava sulle guerre culturali tralasciando le questioni economiche (al centro delle preoccupazioni degli americani), lasciava il terreno moderato a Nikki Haley.

DeSantis avrà pure sperato che i problemi legali dell’ex presidente lo travolgessero, eppure non lo ha mai criticato apertamente, anzi, ha spesso fatto eco alle recriminazioni del suo rivale nei confronti della giustizia e dei giudici federali. Per molto tempo l’ex veterano ha cercato di non offendere il magnate che, al contrario, lo ridicolizzava spesso con soprannomi quali “Meatball Ron” e “Ron DeSanctimonious”.

Al di là di tutto, forse, la vera ragione della sua caduta risiede semplicemente nel personaggio politico con cui si è dovuto scontrare: un ex presidente, un nome noto, un carisma televisivo con denaro illimitato e un seguito elettorale al limite della fandom. DeSantis non ha sfruttato il momento, ma le cause conservatrici di cui si è fatto portavoce hanno trovato un sostegno ragguardevole da parte dei liberali: in difesa della libertà di parola, contro la chiusura delle scuole, nello scetticismo sulle questioni trans; nell’istruzione prettamente meritocratica ecc. Un buon promemoria del fatto che, fare campagna contro gli eccessi della sinistra, ha il potenziale per unire la destra. A 45 anni non è certo finita e si guarda già al 2028.


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