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Sicurezza

La sicurezza comincia dal lavoro e dal reddito

di Giuseppe Tiani -


La presidente Giorgia Meloni qualche giorno fa ha indicato tre priorità per l’autunno. Alleggerire le tasse, rafforzare il potere d’acquisto e favorire un’occupazione più stabile. Non è un’agenda secondaria rispetto alla sicurezza, ma parte della sua sostanza democratica. Una Repubblica è più sicura quando chi lavora può vivere del proprio stipendio e guardare al futuro.

Reddito e stabilità del lavoro sono oggi più necessari e prioritari del conflittuale dibattito sulla legge elettorale. Le regole del voto contano, ma non possono diventare più urgenti delle condizioni materiali di chi vota. La freddezza dei numeri spiega perché. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha ricostruito la lunga stagnazione italiana. Tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali lorde per dipendente a tempo pieno equivalente sono diminuite dell’1,6 per cento, contro una crescita del 35 per cento nella media Ocse. Nel lavoro dipendente privato fino al 2026, la retribuzione media reale è scesa del 6,6 per cento e il 10 per cento dei lavoratori con le retribuzioni più basse ha perso il 40,8 per cento.

L’Irpef ha attenuato parte della disuguaglianza, ma non può sostituirsi alla crescita salariale. Il fisco redistribuisce il reddito prodotto, non crea quello che il lavoro non riesce più a generare. Un’autentica visione liberale dell’economia non si esaurisce nelle aliquote. Richiede concorrenza regolata, certezza del diritto, istituzioni efficienti e tutela delle aziende, delle infrastrutture pubbliche e private e dei siti industriali del Paese.

Le disfunzioni della giustizia, è noto, hanno un costo economico rilevante. Analisi di qualificati istituti, tra cui la Banca d’Italia, mostrano che disfunzioni e lentezza dei procedimenti civili incidono sul funzionamento dell’economia. Quando i tempi giudiziari si allungano, le imprese in difficoltà entrano più tardi nelle procedure concorsuali, le risorse restano immobilizzate e la produttività del sistema ne risente. Ne risentono anche libertà economica, investimenti e crescita.

Per questo il confronto d’autunno non può ridursi alle aliquote. Servono produttività, salari, contratti, stabilità, casa, welfare e servizi pubblici efficienti. Il lavoro pubblico è un’infrastruttura portante del Paese. Un poliziotto che garantisce sicurezza agli altri non può essere estraneo al problema della propria sicurezza economica. Il Governo, nella consultazione che precede la legge di bilancio, dovrebbe aprire anzitutto un confronto vero con i sindacati maggiormente rappresentativi delle Polizie civili, tra cui SIAP e ANFP.

La legge prevede anche la consultazione delle associazioni professionali a carattere sindacale di Carabinieri, Guardia di finanza e Forze armate, che potrà svolgersi su tavoli distinti essendo diversa la natura ordinamentale. Le APCSM sono riconosciute dalla legge, ma hanno un regime giuridico diverso da quello dei sindacati della Polizia di Stato e Polizia Penitenziaria; quindi, operano entro limiti specifici connessi all’ordinamento militare.

Riconoscere la differenza significa rispettare legge, missioni e istituzioni. C’è poi un impegno che non può diventare una promessa da solleone. Con l’accordo sul contratto 2025-2027, sottoscritto il 15 luglio, il Governo ha assunto l’impegno di aprire entro novanta giorni il tavolo interministeriale sulla previdenza dedicata.

La scadenza cade in ottobre. È un passaggio atteso da decenni e riguarda soprattutto i giovani poliziotti, esposti agli effetti iniqui del sistema contributivo. Quel tavolo va aperto nei tempi stabiliti e con una prospettiva finanziaria pluriennale credibile. Diversamente, la maggioranza rischierà in autunno di aprire un conflitto con il personale del Comparto Sicurezza e Difesa.

E il Governo deve guardare al contratto 2028-2030, già finanziato. Il decreto legislativo 195 del 1995 dispone che le procedure negoziali siano avviate almeno quattro mesi prima della scadenza del contratto precedente. Nel 2027 si può segnare una discontinuità positiva, aprendo il rinnovo prima che il vecchio contratto sia scaduto, invece di trasformare ancora una volta lo stipendio in un inseguimento degli arretrati. Un Governo vicino al primato di longevità nella storia della Repubblica potrebbe lasciare anche questo primato, meno spettacolare ma più utile a chi ogni giorno rischia la vita per tutelare gli altri.

Proprio per questo sarebbe incomprensibile aprire ora una stagione di rimpasti. Nella fase finale della legislatura la stabilità non è immobilismo, è responsabilità, e il Viminale non è una casella con cui regolare gli equilibri interni di una coalizione. Sostituire il ministro dell’Interno Piantedosi significherebbe interrogarsi sulla linea politica seguita fin qui in materia di sicurezza e ordine pubblico. Un dicastero così delicato richiede autorevolezza istituzionale, continuità e capacità di coordinamento. Non può diventare il luogo nel quale compensare la crisi di consenso di un leader o di un partito.

La sicurezza, allora, certamente sarà tra le misure concrete dell’autunno che viene. Non soltanto controlli, norme, mezzi e organici, che restano necessari. Ma anche stipendi dignitosi, previdenza, contratti tempestivi, personale valorizzato, giustizia più efficiente e istituzioni stabili. La forza dello Stato non si misura soltanto da quanto sa prevenire e reprimere. Si misura da quanto sa proteggere chi lo serve e da quanta fiducia riesce ancora a generare in tutti quelli che vivono del proprio lavoro.

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