Indietro tutta, o avanti veramente
C’è un’espressione che in politica funziona sempre, buona per ogni occasione, utile per zittire chiunque proponga qualcosa che sappia di antico: “non si può tornare indietro”. Peccato che nessuno si sia mai preso la briga di spiegare perché, quando si tratta di tagliare parlamentari o di levare ai cittadini la possibilità di scegliersi chi li rappresenta, tornare indietro sia improvvisamente reazionario, mentre quando si tratta di annacquare le garanzie democratiche, andare avanti sia sempre progresso. Forse è arrivato il momento di essere onestamente, apertamente, orgogliosamente indietro.
Partiamo dalle preferenze, quella stranezza che permetteva all’elettore di scrivere un nome su una scheda invece che limitarsi a mettere una crocetta su un simbolo e sperare che qualcuno, in una segreteria di partito, avesse pensato a lui. Ci hanno tolto le preferenze per “moralizzare” la politica, dicevano. Il risultato, con encomiabile coerenza, è che oggi in Parlamento arriva chi è simpatico al capo corrente e non chi è conosciuto nel proprio territorio. Gente che il collegio l’ha vista da Google Maps.
Delegazioni di sconosciuti, paracadutati, che la gavetta l’hanno fatta sì, ma in tv, scalando non i consigli comunali bensì gli ascolti dei salotti televisivi del sabato sera. Restituire le preferenze significherebbe restituire ai cittadini l’arma più sovversiva che esista in democrazia: la possibilità di dire no a qualcuno di persona, con nome e cognome, invece che a una lista.
Il taglio dei parlamentari e l’immunità sacrificata sull’altare del risparmio
E già che ci siamo, rimettiamo anche i parlamentari che c’erano prima del grande taglio, quello venduto come rivoluzione del risparmio e che, fatti due conti, ha risparmiato agli italiani l’equivalente di un caffè a testa l’anno, in cambio però di collegi enormi dove il rappresentante del territorio, per raggiungere davvero il territorio, dovrebbe clonarsi. Con i social, per fortuna, oggi un parlamentare può ancora farsi vedere, ascoltare, persino toccare con mano dai suoi elettori; ma se il collegio è grande come una regione, i social diventano l’unico contatto possibile, e la rappresentanza si trasforma in un influencer con l’immunità… anzi no, l’immunità gliel’abbiamo tolta pure quella. Peccato.
Ed eccoci al secondo, delicatissimo, capitolo. Quello che i padri costituenti avevano pensato apposta per evitare che la magistratura diventasse un’arma elettorale contro chi governa: la garanzia istituzionale per chi ricopre incarichi di responsabilità pubblica. Col tempo l’abbiamo smontata pezzo per pezzo, convinti che fosse un privilegio da casta, senza accorgerci che era un argine. Oggi basta un avviso di garanzia pubblicato al momento giusto per decidere un’elezione meglio di qualsiasi comizio.
Estendere una forma di tutela funzionale — non impunità, tutela — a sindaci di capoluogo, consiglieri e giunte regionali, parlamentari, durante il mandato, con processo che eventualmente riprende il suo corso a incarico concluso, non è uno scudo per i furbi: è ossigeno per chi dovrebbe governare senza guardarsi le spalle da un tribunale mediatico permanente. E per chi, di questa tutela, si trova a non poter più ricandidarsi proprio a causa del procedimento sospeso, un indennizzo commisurato a quanto avrebbe percepito in due mandati non sarebbe un regalo alla casta: sarebbe la logica conseguenza di uno Stato che, se ti blocca la carriera per garantire un principio, quel principio dovrebbe anche pagarlo, non scaricarlo sulle spalle di chi lo subisce.
Nostalgici o semplicemente onesti?
Chiamateci pure nostalgici. Ma forse la vera anomalia non è chi vuole tornare a quando la democrazia funzionava, bensì chi ha continuato ad “andare avanti” senza accorgersi che stava, in realtà, arretrando la democrazia stessa
LEGGI TUTTE LE NEWS DI POLITICA
Torna alle notizie in home