Le ricette e quel miliardo mai arrivato a destinazione

Da quando finirono i tempi floridi per Taranto dell’Ilva della proprietà Riva, con record di produzione, utili, imposte milionarie pagate alla Stato, pagamenti puntuali a fine mese alle aziende dell’indotto, stipendi regolari a dipendenti che – va ricordato – stabilirono a livello mondiale il record di produzione oraria di acciaio. Da quando ci fu ” l’ esproprio proletario ” da parte dello Stato, cessione a Mittal e oggi la proprietà mista pubblico privata con Invitalia e Arcelor Mittal, tutto è cambiato per tutti, in peggio.
Periodicamente assistiamo a scioperi, manifestazioni, crisi delle aziende dell’indotto e dipendenti appesi ad un filo, disperazione in una città che se si guarda intorno vede degrado e desolazione.
L’ultimo episodio in ordine di tempo la messa in standby di 43 aziende dell’indotto su 200 circa che lavorano in acciaieria, sospensione delle loro attività per 60 giorni.
L’azienda non ha credibilità bancaria e credito sui mercati, quindi lavora con il cash corrente delle attività di produzioni e di finanziamenti statali. Un finanziamento di circa 1 miliardo di euro di Invitalia garantito da Sace/Cdp è fermo ai blocchi di partenza, da mesi. Basterebbe sbloccarlo e ora staremmo a parlare di altro.
Un fatto noto ai sindacati, un fatto noto alla Regione, al Comune e a tutti gli attori in campo, spesso animati da interessi di visibilità e protagonismo che nulla hanno a che vedere con i problemi di produzione e dell’azienda. I ministri che si sono succeduti, Calenda, Di Maio, tutti con una ricetta in tasca, come quella famosa dello scudo penale sui danni ambientali, dimenticando che i danni ambientali erano riconducibili agli anni ’80 con la proprietà Italsider. Quelli riconducibili ai Riva, seppur drammatizzati, erano stati in parte risanati. Ma questa è un’altra storia. Taranto e l’acciaio sempre trattati come l’emergenza utile al protagonismo salvifico di apprendisti che si trovano per puro caso a gestire questioni lontane dalle loro conoscenze.
Ora c’è Adolfo Urso a gestire il ministero delle Imprese, coadiuvato da Valentino Valentini e Salvini alle infrastrutture. Ecco, basta che si ricordino di far partire il bonifico da 1 miliardo stanziato dallo Stato e tutto si risolverà. Il resto serve alle istituzioni locali per avere visibilità. Il dramma è che ci va sempre di mezzo la popolazione, che seppur abituata a gestire il fine mese, ne ha le scatole piene.

Da quando finirono i tempi floridi per Taranto dell’Ilva della proprietà Riva, con record di produzione, utili, imposte milionarie pagate alla Stato, pagamenti puntuali a fine mese alle aziende dell’indotto, stipendi regolari a dipendenti che – va ricordato – stabilirono a livello mondiale il record di produzione oraria di acciaio. Da quando ci fu ” l’ esproprio proletario ” da parte dello Stato, cessione a Mittal e oggi la proprietà mista pubblico privata con Invitalia e Arcelor Mittal, tutto è cambiato per tutti, in peggio.
Periodicamente assistiamo a scioperi, manifestazioni, crisi delle aziende dell’indotto e dipendenti appesi ad un filo, disperazione in una città che se si guarda intorno vede degrado e desolazione.
L’ultimo episodio in ordine di tempo la messa in standby di 43 aziende dell’indotto su 200 circa che lavorano in acciaieria, sospensione delle loro attività per 60 giorni.
L’azienda non ha credibilità bancaria e credito sui mercati, quindi lavora con il cash corrente delle attività di produzioni e di finanziamenti statali. Un finanziamento di circa 1 miliardo di euro di Invitalia garantito da Sace/Cdp è fermo ai blocchi di partenza, da mesi. Basterebbe sbloccarlo e ora staremmo a parlare di altro.
Un fatto noto ai sindacati, un fatto noto alla Regione, al Comune e a tutti gli attori in campo, spesso animati da interessi di visibilità e protagonismo che nulla hanno a che vedere con i problemi di produzione e dell’azienda. I ministri che si sono succeduti, Calenda, Di Maio, tutti con una ricetta in tasca, come quella famosa dello scudo penale sui danni ambientali, dimenticando che i danni ambientali erano riconducibili agli anni ’80 con la proprietà Italsider. Quelli riconducibili ai Riva, seppur drammatizzati, erano stati in parte risanati. Ma questa è un’altra storia. Taranto e l’acciaio sempre trattati come l’emergenza utile al protagonismo salvifico di apprendisti che si trovano per puro caso a gestire questioni lontane dalle loro conoscenze.
Ora c’è Adolfo Urso a gestire il ministero delle Imprese, coadiuvato da Valentino Valentini e Salvini alle infrastrutture. Ecco, basta che si ricordino di far partire il bonifico da 1 miliardo stanziato dallo Stato e tutto si risolverà. Il resto serve alle istituzioni locali per avere visibilità. Il dramma è che ci va sempre di mezzo la popolazione, che seppur abituata a gestire il fine mese, ne ha le scatole piene.

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