Il ruggito delle formiche: le opposizioni fanno la rivoluzione (ma solo al buio)
Un decimale al buio trasforma le minoranze in rivoluzionari. Renzi invoca le urne dall'alto del suo 2%, ma il campo largo si sbriciola prima dell'aperitivo
Legge elettorale, l’esultanza al buio
Assistere alla Sinistra italiana, in tutte le sue variegate e rissose sfumature, che riscopre un’improvvisa spavalderia non appena si spengono le luci dell’aula è uno spettacolo imperdibile. Tutto si consuma nel rassicurante cono d’ombra del voto segreto, lontano dagli sguardi indiscreti di quegli elettori a cui, prima o poi, bisognerà pur provare a spiegare cosa si stia facendo.
La Camera ha visto cadere un emendamento sulle preferenze della legge elettorale Stabilicum: 188 contrari, 187 favorevoli. Uno scarto millimetrico, un battito di ciglia parlamentare ottenuto grazie al soccorso, rigorosamente anonimo, di qualche franco tiratore della domenica. Ma tanto basta per scatenare nei corridoi di Montecitorio un carosello degno della vittoria ai Mondiali.
Troviamo chi corre ai microfoni con la bava alla bocca intimando al Governo di fare le valigie e chi, con la faccia seria di chi crede davvero a quello che dice, chiede alla Premier di salire immediatamente al Colle. Siamo al teatro del grottesco. Qualcuno dovrebbe regalare a questi strateghi da corridoio un bignami di diritto costituzionale elementare per spiegargli che la legge elettorale si colloca nella pura materia parlamentare, e non ha nulla a che spartire con il programma di Governo o con la fiducia. Ma tant’è: pur di racimolare un briciolo di visibilità, si finge di non conoscere la differenza tra una legge d’iniziativa parlamentare e una manovra finanziaria.
Renzi, il poker al buio con due fiches consumate
In questo festival meraviglioso, la palma d’oro della modestia spetta di diritto a Matteo Renzi. Un politico di razza, forte di percentuali tanto microscopiche, avrebbe scelto la via del silenzio operoso. Si sarebbe mosso nell’ombra con il passo felpato e felino della vecchia scuola democristiana, attendendo il momento propizio per far pesare il proprio pugno di voti. Ma il senatore di Rignano, si sa, preferisce da sempre il rumore della sciabola di plastica alla precisione del fioretto.
Eccolo quindi salire sul palco con la solita allegra compostezza, autoproclamandosi condottiero di una falange oceanica: “La maggioranza non c’è più, si vada al voto!”. Peccato che, una volta accesa la luce della realtà, i sondaggi lo descrivano ancora lì, ibernato tra un tragico 2,4% e un fantasmagorico 2,5%.
Chiedere le urne anticipate quando, se si votasse domani mattina, rischieresti di dover chiedere il pass come semplice visitor per entrare a Montecitorio resta un capolavoro assoluto di equilibrismo politico. Ma d’altronde, il poker di Renzi è questo: rilanciare al buio con due fiches consumate in mano, sperando che al Nazareno abbiano abbastanza paura da credere al bluff e mendicare quel suo 2% pur di battere la Destra.
Sotto la luce del sole non riescono a mettersi d’accordo nemmeno per dividere il conto della buvette, ma coperti dall’anonimato delle urne si riscoprono tutti leoni.
La fisica del vuoto politico
Quella esultanza parlamentare consumatasi ieri si è sciolta ancor prima di cena, vittima della sua stessa inconsistenza biologica. Nel freddo rigore della scienza politica, la stabilità di un esecutivo si misura sulla tenuta dei voti di fiducia e sui saldi di bilancio, non sulle asimmetrie procedurali di un pomeriggio qualunque.
La verità è che l’illusione ottica di un’aula buia non può nascondere lo stato comatoso dell’alternativa. Proprio nell’ultima settimana abbiamo assistito all’ennesimo sfilacciamento del cosiddetto “campo largo”, un’alleanza talmente poco coesa da apparire cartacea prima ancora che politica. Tra veti incrociati, e scaramucce pubbliche, la coalizione si conferma un condominio in lite, incapace di concordare una strategia comune che sopravviva alla prima dichiarazione stampa del mattino.
Quando la consistenza di un’opposizione vacilla, anche un banale inciampo tecnico viene spacciato per la presa della Bastiglia. Parliamo di un cartello di sigle condannato all’irrilevanza strutturale, incapace di elaborare una proposta che superi il livello intellettuale del “no” programmatico. No alle riforme, no alle preferenze, no a prescindere a qualunque cosa assomigli a un’idea di futuro, uniti esclusivamente dal terrore di contarsi alla luce del sole. Per guidare il Paese servono voti reali e una visione d’insieme; per fare questa opposizione, a quanto pare, bastano il vuoto pneumatico dei no e un disperato, minuscolo dispettismo da cortile.
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