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Editoriale

L’imprudenza di Lepore che strumentalizza la piazza

di Laura Tecce -


Non serviva avere la palla di vetro. Era ampiamente prevedibile che convocare una piazza a poche ore dalla morte di Fakir, quando la Procura aveva appena aperto un’inchiesta e la dinamica era ancora tutta da accertare, rischiasse di trasformare una legittima richiesta di verità in un processo già celebrato. Ed è esattamente ciò che è accaduto.

Slogan e striscioni contro le forze dell’ordine, il paragone con George Floyd, accuse di “assassinio di Stato” e farneticazioni come “Aboliamo la violenza di Stato padrone!”. In sostanza, i poliziotti sono già stati dichiarati colpevoli. L’epilogo, poi, era altrettanto prevedibile. I gruppi antagonisti, immancabili quando c’è da trasformare una manifestazione in guerriglia, hanno preso la testa del corteo e creato il solito caos: bombe carta, sedie e transenne contro gli agenti, vari mezzi del Comune incendiati, sessanta feriti.

La morte di Fakir impone rispetto e pretende che ogni eventuale responsabilità venga accertata fino in fondo. Proprio perché siamo in uno Stato di diritto, la verità non può essere sostituita dagli slogan né il lavoro della magistratura dal verdetto della piazza voluta dal sindaco di Bologna Lepore.

La Procura sta ricostruendo i fatti sulla base di un quadro probatorio più ampio del breve video circolato sui social: filmato esteso, immagini delle bodycam, testimonianze e accertamenti medico-legali. A questi si aggiungono le valutazioni sanitarie: secondo il presidente dei 118 un intervento medico immediato sul posto avrebbe potuto aumentare le possibilità di salvare l’uomo.

Saranno questi elementi, e non l’emotività del momento, a stabilire se vi siano state responsabilità e di chi. Chiedere verità e giustizia è un diritto, dare per accertate le responsabilità quando le indagini sono appena iniziate è un’altra cosa.

Vale per qualsiasi cittadino e vale anche quando a essere coinvolti sono appartenenti alle forze dell’ordine. Chi ricopre incarichi istituzionali dovrebbe esercitare il dovere della prudenza. La domanda politica, sindaco, è inevitabile: era davvero quello il momento di chiamare i cittadini in piazza?


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