L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Il buon esempio deve tornare di moda

di Adolfo Spezzaferro -


Come nei film dove gli spettatori subiscono il fascino dell’eroe negativo, dove il buono sembra moscio e stucchevole rispetto al villain, così nella società purtroppo è il cattivo esempio a fare più proseliti. Il furbo che salta la fila, chi evade le regole sentendosi più intelligente di chi le rispetta, l’automobilista che parcheggia dove non dovrebbe, il personaggio pubblico che fa dell’arroganza il suo tratto distintivo e così di più di chi è corretto. Ne siamo pieni. Viviamo in un tempo in cui è sempre più diffusa l’idea che rispettare le regole sia da ingenui, mentre infrangerle rappresenti una prova inconfutabile d’intelligenza superiore, oltre che una scorciatoia verso il successo. Attenzione, però la mera furbizia non va elevata a maggiori doti cognitive.

Ma il punto è cruciale. Perché i ragazzi non imparano soltanto da ciò che diciamo loro, ma soprattutto da ciò che vedono fare ogni giorno. Le lezioni di educazione civica servono, certo (e quante volte noi abbiamo parlato di educazione civile). Ma valgono poco se il messaggio che arriva dalla realtà è esattamente l’opposto, ossia che chi bara vince, che chi urla ottiene attenzione, che chi aggira le norme viene perfino ammirato.

La vera emergenza, allora, non è soltanto educativa. È culturale. Abbiamo bisogno di una rivoluzione silenziosa che rimetta il buon esempio al centro della vita pubblica e privata. Una rivoluzione fatta di gesti apparentemente piccoli: rispettare una coda, fermarsi sulle strisce, pagare le multe, mantenere una promessa, chiedere scusa quando si sbaglia. Comportamenti normalissimi che, sommati, costruiscono una società meravigliosa.

Sì, è vero, il buon esempio ha un difetto: è poco spettacolare. Non genera polemiche, non conquista milioni di visualizzazioni, non alimenta discussioni infinite. Ma è fondamentale e va reso attraente, come se fosse un atto d’eroismo.

Un genitore per bene cresce i figli in modo tale che da adulti riterranno che correttezza e rigore morale non siano virtù fuori moda. Un insegnante imparziale, un commerciante onesto, un superiore rispettoso, un amministratore dalla parte dei lavoratori lasciano un’impronta più profonda di mille prediche. Anche perché la furbizia può sicuramente procurare un vantaggio immediato, ma è la responsabilità a costruire il futuro.

Le comunità che funzionano non sono quelle dove ognuno cerca di essere più scaltro del vicino. Sono quelle dove la fiducia abbatte la diffidenza iniziale.

Educare alla legalità però non deve essere l’inculcare la paura della sanzione. Significa trasmettere il valore del rispetto reciproco, far capire che le regole non sono ostacoli alla libertà, ma il modo più civile per permettere a tutti di essere davvero liberi. Anche di non ammirare i furbetti.


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