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L’obesità “dimenticata”: ecco quanto ci costa

Da decenni un fenomeno trascurato dall'agenda del Paese

di Giorgio Brescia -


Negli ultimi vent’anni l’Italia ha assistito a un aumento silenzioso ma inesorabile di un fenomeno: l’obesità “dimenticata”, ecco quanto ci costa. Un fenomeno che non colpisce soltanto la salute individuale, ma si riverbera sull’economia nazionale con costi potenzialmente enormi. Secondo i dati più recenti dell’Istat, quasi sei milioni di italiani rientrano nella categoria degli obesi, e il 35% della popolazione adulta è in sovrappeso.

L’obesità dimenticata dell’Italia

La spesa sanitaria direttamente attribuibile all’obesità non viene però monitorata in maniera ufficiale né dal ministero della Salute o dall’Istituto Superiore di Sanità.

Le uniche stime disponibili derivano da studi accademici indipendenti, come quelli condotti dall’Università di Maastricht, e indicano un onere complessivo tra i 9 e i 17 miliardi di euro annui, di cui circa 8 miliardi destinati ai costi diretti. Ricoveri ospedalieri, farmaci, visite specialistiche, interventi chirurgici. In più, oltre 5 miliardi a costi indiretti, legati all’assenteismo, alla perdita di produttività e alle pensioni anticipate per malattie correlate.

Un quadro allarmante

Sono numeri che offrono un quadro allarmante, ma non hanno valore ufficiale: il fatto che nessun monitoraggio nazionale sistematico esista conferma come l’obesità resti un tema trasversale, percepito ancora in parte come marginale nelle priorità sanitarie del Paese.

Le fasce più colpite sono quelle a basso reddito e minore livello di istruzione, con una concentrazione maggiore nelle regioni meridionali e nelle periferie urbane. Qui le scelte alimentari sono spesso determinate da vincoli economici. I prodotti altamente calorici, ultraprocessati e a lunga conservazione costano meno dei cibi freschi e nutrienti, e finiscono per essere il principale approvvigionamento quotidiano.

Una questione sociale

In questo contesto, l’obesità diventa non solo una questione sanitaria, ma un indicatore di disuguaglianza sociale. Chi ha risorse può accedere a prevenzione, sport, alimentazione equilibrata e trattamenti medici. Chi ha meno subisce le conseguenze sulla propria salute, sulla produttività lavorativa e sulle prospettive future, generando un circolo vizioso difficile da interrompere.

L’impatto economico si estende alle imprese e alla società nel suo complesso. Assenteismo, riduzione dell’efficienza lavorativa e aumento dei costi assicurativi generano perdite stimate in oltre 5 miliardi di euro annui secondo gli stessi studi indipendenti.

La spesa sanitaria

Il settore pubblico ne risente direttamente. La spesa sanitaria assorbe risorse che potrebbero essere allocate ad altri settori strategici come istruzione, innovazione e infrastrutture. Le differenze territoriali sono marcate. Le regioni meridionali e alcune aree urbane hanno tassi di obesità tra i bambini e gli adolescenti superiori del 20% rispetto al Nord, con un impatto diretto sulla futura forza lavoro e sulla capacità competitiva nazionale.

Le politiche pubbliche finora hanno prodotto risultati limitati. Campagne di sensibilizzazione, programmi scolastici e incentivi sportivi restano frammentari e locali, senza una strategia nazionale integrata, né strumenti di raccolta dati sistematici per valutare l’efficacia degli interventi. Il rischio è che le azioni rimangano episodiche, incapaci di invertire trend ormai consolidati.

Cosa accade in Europa

Altrove in Europa, Paesi con programmi coordinati di educazione alimentare obbligatoria, prevenzione precoce e regolamentazione dei prodotti industriali – Spagna, Francia, Grecia – hanno ridotto i costi legati all’obesità. Segnale che l’Italia potrebbe intervenire efficacemente se solo sviluppasse un approccio strategico e misurabile.

Organizzazioni scientifiche come la European Association for the Study of Obesity hanno pubblicato quadri di riferimento chiari per la gestione dell’obesità come malattia cronica, con raccomandazioni che vanno oltre la semplice promozione di campagne di educazione. Forniscono algoritmi terapeutici personalizzati che integrano supporto comportamentale, nutrizione clinica, psicologia, farmaci anti-obesità e, quando appropriato, procedure chirurgiche o metaboliche.

Queste linee guida incoraggiano i medici a valutare ogni paziente come individuo, scegliendo trattamenti specifici in base allo stile di vita e alle risposte precedenti alle terapie.

In più, ricerche real-world come “Italian real-world overweight/obesity study” hanno analizzato milioni di pazienti italiani con sovrappeso e obesità, mostrando che le persone con indice di massa corporea più alto richiedono più interventi clinici, esami specialistici e ricoveri. Un modo per fornire ai medici di medicina generale strumenti di diagnosi precoce, formazione e risorse per la gestione dell’obesità. Perché il ruolo del medico di base è cruciale nel monitoraggio continuo, nella stratificazione del rischio e nel riferimento tempestivo a servizi specialistici.

La ricerca di un sistema equilibrato

L’allarme, comunque, non riguarda solo la salute ma la capacità del Paese di sostenere un sistema economico equilibrato, ridurre disuguaglianze sociali e valorizzare il capitale umano futuro. L’obesità non è un problema confinato tra bilance e diete, ma un fenomeno sistemico, intrecciato con politiche pubbliche, dinamiche industriali e condizioni socioeconomiche.

La sfida vera consiste nel trasformare dati, numeri e trend in azioni concrete, superando gli interventi simbolici e affrontando il tema come una crisi economica e sociale, oltre che sanitaria. La mancanza di monitoraggio ufficiale nazionale e di stime aggiornate conferma, forse più di ogni cifra, quanto l’Italia fatichi a considerare l’obesità come un problema centrale.


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