Mengoli e Vistoli: dal raccoglimento pasquale all’esplosione beethoveniana
Il concerto di Pasqua dell’Orchestra Sinfonica Nazionale trova il suo culmine nello Stabat Mater di Antonio Vivaldi, preceduto – in una scelta tanto audace quanto efficace – da una pagina distante oltre due secoli e mezzo: Fratres di Arvo Pärt. Un accostamento che si rivela tutt’altro che arbitrario, costruendo un arco espressivo coerente all’insegna della spiritualità.
Composto nel 1977, Fratres rappresenta uno dei manifesti del linguaggio tintinnabuli di Pärt, cifra stilistica basata su essenzialità, purezza intervallare e risonanza armonica. Il brano, qui proposto nella versione per archi e percussioni, si sviluppa come una serie di variazioni su un tema immutabile, secondo una struttura ciclica che suggerisce un senso di comunione e sospensione. L’andamento regolare, quasi rituale, si carica di suggestioni profonde, evocando – specie nel contesto del Venerdì Santo – immagini di dolore e raccoglimento.
Fondamentale è il ruolo del silenzio, che in Pärt non è semplice pausa ma elemento strutturale, capace di modellare l’ascolto tanto quanto il suono. Le dinamiche si muovono in un arco contenuto ma intensissimo: dal pianissimo rarefatto a un contenuto crescendo, per poi ritornare al silenzio.
Alla guida di questa esperienza immersiva è il giovane direttore Giuseppe Mengoli, che restituisce con lucidità la dimensione contemplativa del brano, preparando il terreno per l’ingresso dello Stabat Mater. Composto probabilmente nel 1712 su testo attribuito a Jacopone da Todi, il lavoro vivaldiano si distingue per un tono austero e raccolto, lontano dalla brillantezza di altre pagine sacre del compositore.
Scritto per contralto, archi e basso continuo, lo Stabat Mater si articola in movimenti brevi e lenti, accomunati da un’intensa tensione emotiva. La scrittura privilegia la linearità melodica e la reiterazione di cellule tematiche, mentre le tonalità minori e le linee discendenti accentuano il senso di dolore e pietà. La lettura di Mengoli, influenzata dall’atmosfera sospesa di Pärt, accentua ulteriormente la dimensione meditativa con tempi dilatati e un suono di grande purezza.
Protagonista vocale è il controtenore Carlo Vistoli, interprete di riferimento del repertorio bnarocco. La sua prova convince per bellezza timbrica, omogeneità e capacità espressiva: ogni parola è scolpita con cura, ogni abbellimento diventa veicolo di senso. L’effetto è coinvolgente, quasi fisico, come in “pertransivit gladius”, reso con intensità penetrante.
Il pubblico, conquistato, ottiene un bis: “Lascia la spina, cogli la rosa” da Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Georg Friedrich Händel, pagina celebre poi rielaborata nel Rinaldo.
Dopo l’intervallo, il clima quaresimale lascia spazio all’energia travolgente della Sinfonia n. 7 di Ludwig van Beethoven. Qui il ritmo diventa protagonista assoluto: pulsazioni incalzanti, ostinati e figure iterative attraversano i quattro movimenti, generando una tensione continua.
Mengoli ne offre una lettura brillante e coinvolgente: dopo l’introduzione lenta, il Vivace esplode con energia danzante; lo Scherzo alterna contrasti dinamici con vivacità; il finale è un vortice sonoro irresistibile. Ma è soprattutto l’Allegretto, celebre secondo movimento, a colpire per profondità: una marcia dal carattere ipnotico che si sviluppa per stratificazioni timbriche, in un’atmosfera sospesa e quasi astratta.
L’esecuzione, precisa e trascinante, conquista un pubblico numeroso, che riempie l’auditorium in ogni ordine di posti e tributa al direttore e all’orchestra applausi calorosi. Un successo non scontato, che conferma la forza di un programma costruito con intelligenza e sensibilità.
ilTorinese.it Renato Verga
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