Metano sì o no: e la termovalorizzazione?
Se l'Europa e l'Onu considerano il metano solo come un'emissione da abbattere attraverso investimenti miliardari, si rischia di ignorare la soluzione più immediata
Metano sì o no, ma perché non pensare alla termovalorizzazione? Un sottile filo invisibile collega gli uffici delle Nazioni Unite alle bollette energetiche delle famiglie italiane, passando per la gestione dei nostri rifiuti non riciclabili.
È il filo del metano, un gas che oggi vive una sorta di doppia identità. Da un lato è il grande imputato del cambiamento climatico, dall’altro viene utilizzato come “spettro”, per le emissioni che genera, per non vedere “l’elefante nella stanza” di manovre sempre incerte sui rifiuti – specie in Italia – , che non affrontano la questione della termovalorizzazione.Lasciandola così sempre sospesa tra il pregiudizio ideologico e la necessità pragmatica di un’autonomia energetica ancora lontana.
Un report dell’Onu
Un recente report sullo stato del metano nel mondo redatto dall’Onu e dalla Coalizione per il Clima e l’Aria Pulita, una chiamata alle armi: ridurre le emissioni di metano è la via più veloce per raffreddare il pianeta.
Proprio qui si inserisce una critica tecnica che diventa politica. La WtE+X Knowledge Alliance ha sollevato un alert che non può essere ignorato. Il report Onu manca di un riconoscimento chiaro della termovalorizzazione come tassello fondamentale per la decarbonizzazione.
Il punto sollevato dall’Alliance è centrale per l’Italia. Se l’Europa e l’Onu considerano il metano solo come un’emissione da abbattere attraverso investimenti miliardari, si rischia di ignorare la soluzione più immediata: catturare il potenziale energetico dei rifiuti residui che non possono essere riciclati.
Invece di limitarsi a “tappare i buchi”, la tecnologia permetterebbe di trasformare quella minaccia ambientale in calore ed elettricità. Ma per farlo, serve una chiarezza normativa che finora è mancata.
La domanda delle “cento pistole”: male necessario o punto di svolta?
In questo mese di maggio, la politica interna, come quelle degli altri Paesi, si trova a gestire una stabilità dei redditi minacciata dai costi energetici che restano volatili.
La manovra economica, però, in tutti questi anni, ha “scantonato” davanti alla domanda più scomoda: perché continuiamo a trattare i termovalorizzatori come uno spettro del passato invece di vederli come una centrale energetica moderna?
L’incertezza italiana è alimentata da un quadro internazionale che non ha ancora sdoganato del tutto il Waste-to-Energy come pratica “green” al 100%. Questo limbo impedisce di sbloccare i finanziamenti necessari e di superare le opposizioni locali, che in Italia non mancano mai. Eppure, il metano che l’Onu vuole ridurre è lo stesso che potremmo produrre dai nostri scarti, riducendo la dipendenza dal gas d’importazione.
La situazione appare chiara: senza un riconoscimento ufficiale del WtE nel piano di riduzione globale del metano, l’Italia rimarrà bloccata in una gestione dei rifiuti monca e costosa.
I dati
Veniamo ai numeri, quelli che non permettono interpretazioni. Secondo le ultime rilevazioni Ispra 2025, l’Italia ha fatto passi da gigante portando lo smaltimento in discarica al 14,8%. È un risultato storico, ma nasconde un’insidia: quel 14,8% rappresenta ancora milioni di tonnellate di rifiuti che producono metano in modo passivo invece di generare energia.
Il deficit di impianti, centrale. Per chiudere il ciclo e azzerare la dipendenza dalle discariche (come richiesto dal target Ue del 10% entro il 2035), all’Italia mancano ancora infrastrutture per circa 5-6 milioni di tonnellate di capacità di trattamento.
E c’è pure il nodo anno della “emigrazione forzata” dei rifiuti. Nel 2026, il fenomeno non si è fermato. Oltre 500mila tonnellate di scarti italiani attraversano ancora i confini ogni anno. E’ il paradosso del valore. Spedire rifiuti in Germania o Danimarca significa che l’Italia paga per farsi smaltire una risorsa. Quei Paesi utilizzano il calore generato dai nostri rifiuti per alimentare le loro reti di teleriscaldamento e le loro industrie, mentre noi continuiamo a comprare gas all’estero per fare la stessa cosa.
Rifiuti, questione “eterna”
È un trasferimento di ricchezza energetica che la manovra attuale non ha ancora avuto il coraggio di fermare. Oltre lo spettro, la sovranità dei rifiuti. Considerare la termovalorizzazione come un “male necessario” è il vero errore narrativo del decennio. In un’epoca di crisi climatica, il WtE rappresenta la chiusura perfetta del cerchio: elimina il metano delle discariche e fornisce energia di base non soggetta alle bizze della geopolitica.
La manovra deve decidere se continuare a inseguire ancora i report internazionali solo sul piano delle sanzioni e dei tagli, o se abbracciare la visione della WtE+X Knowledge Alliance. Per fare della gestione rifiuti un pilastro della strategia energetica nazionale. I dati mostrano che la strada è tracciata, ma servono scelte coraggiose per trasformare l’eterno spettro del termovalorizzatore in un punto di svolta.
Torna alle notizie in home