Michèle Audin, non solo una matematica: la memoria, il disordine, la cura
Non smetteva mai di leggere, di archiviare, di interrogare il passato
(Autore G.Garitan Licenza CC BY-SA 4.0)
Matematica di fama internazionale, scrittrice rigorosa e voce infaticabile della memoria, Michèle Audin è morta a Strasburgo all’età di 71 anni.
Non solo una matematica
Michèle Audin non era solo una matematica di alto livello. Viaggiatrice dell’anima, testimone infaticabile della memoria, si affermò come un ponte fra mondi che molti considerano inconciliabili: numeri e lettere, geometria e memoria, scienza e rivoluzione.
Nata nel 1954 ad Algeri, figlia del matematico e militante comunista Maurice Audin, la sua esistenza portò fin dall’inizio una ferita profonda. Il padre, arrestato quando lei aveva appena tre anni, venne torturato e ucciso dall’esercito francese. Michèle crebbe con quel vuoto come un “meno all’infinito”. Una ferita mai rimarginata, che ha guidato tutta la sua esistenza.
Il rigore
Il rigore matematico era la sua casa intellettuale. Specialista di geometria simplettica, ottenne il dottorato nel 1986 con una tesi su “ Cobordismes d’immersions lagrangiennes et legendriennes ” sotto la guida di François Latour.
Dal 1987 fu professoressa all’Irma di Strasburgo, dove insegnò con passione fino al pensionamento.
Ma non era il tipo da restare chiusa in un’aula: per lei la matematica era passione ma anche impegno civile e memoria.
La scrittura
Questa tensione fra rigore e sensibilità si manifestò con forza quando decise di scrivere “Une vie brève” nel 2013, il suo ritratto sobrio del padre. Non volle fare dell’uomo un martire, ma restituirgli la quotidianità: i suoi conti, le sue foto in bianco e nero, le sue lettere d’amore e le bollette.
E lo confessò: “J’aimerais lui connaître des défauts” (“Vorrei conoscere i suoi difetti”), perché non voleva idealizzarlo.
Il rifiuto della Légion d’honneur
Nel 2008, quando le fu offerta la Légion d’honneur per i suoi contributi scientifici e culturali, rifiutò. Non un gesto di vanità, ma di protesta: l’Eliseo aveva taciuto per decenni sulla morte di suo padre.
Solo dieci anni dopo, Emmanuel Macron riconobbe ufficialmente la responsabilità dello Stato francese nella morte di Maurice Audin.
La svolta letteraria
Poi venne la grande svolta letteraria. Nel 2009 Michèle Audin entrò nell’Oulipo, diventando una delle sue figure più sorprendenti: matematica e scrittrice allo stesso
In un’intervista con Virginie Tahar, spiegò cosa le avessero detto in occasione della cooptazione: “Il faut inventer des contraintes mathématiques” (“Bisogna inventare dei vincoli matematici”).
Le sue intuizioni? Costruire vincoli geometrici nei testi. Come nella sua narrazione di “Mai Quai Conti”, dove la posizione di punti su una figura parallela al teorema di Pascal determina le relazioni tra personaggi. La matematica al servizio della letteratura secondo Michèle Audin: era accaduto.
In quel dialogo fra matematica e letteratura, Michèle Odin trovava la sua forma più autentica di libertà. Raccontò di aver creato strutture come “nonine” — varianti delle sestine basate su numeri non convenzionali — in collaborazione con Ian Monk.
In un’intervista ai Notices dell’Ams parlò del suo romanzo “One Hundred Twenty-One Days” (“Cent vingt et un jours”), dove utilizzò vincoli poetici (come le sestine medievali) per dar forma alla narrazione: “Non c’è verità nei numeri – disse -. Non sono oggettivi”.
Libri, formule, storia
La sua mente era una trama di libri, formule e storia. In “La formule de Stokes” (2016), per esempio, “l’eroina” è proprio una formula matematica.
Nella sua attività storica, tornava spesso al tema della Comune di Parigi. Scrisse romanzi come “Comme une rivière bleue” (2017) e “Josée Meunier, 19 rue des Juifs” (2021), ma anche saggi documentari, raccogliendo archivi, testimonianze, lettere.
Sul suo blog dedicato alla Comune fece un lavoro monumentale, giorno dopo giorno, che resta un punto di riferimento per studiosi e appassionati.
Le contraddizioni
Non fu immune alle contraddizioni. Da una parte, subì il sessismo nel mondo accademico.
Dall’altra, amò mescolare generi con audacia. In un suo sito personale scriveva che il suo blog — punto di incontro fra memoria, matematica e storia — era il luogo dove “non riesco a fare a meno del disordine, perché il disordine è la vita”.
L’aneddoto
Un aneddoto che svela il suo spirito: i suoi studenti a Strasburgo misero la sua foto a coprire l’orologio dell’aula, in segno di solidarietà e affetto.
Ella stessa raccontava di averlo notato in classe e riso, osservando che guardare l’ora diventava un gesto rivoluzionario.
Il disordine, una cura
In privato, non smetteva mai di leggere, di archiviare, di interrogare il passato. Ma non lo faceva per rivalsa.
Per lei, “mischiare cifre e lettere” era un atto di cura, un modo per dare ordine a un mondo che sembra spesso senza senso.
Una forma di conoscenza profonda, che le permise di trasformare il trauma in creazione, la memoria in gesto civile, la scienza in avventura poetica.
Leggi anche I nostri articoli sulla matematica
Torna alle notizie in home