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No Tav, Meloni e Piantedosi al cantiere devastato: “Non è protesta è violenza”

Proseguono le indagini: ipotesi regia di Askatasuna

di Eleonora Ciaffoloni -


Sullo sfondo i cantieri devastati: reti sventrate, barriere abbattute, mezzi danneggiati e i segni ancora evidenti di quella che il governo definisce una vera e propria “violenza”: non una protesta. È da qui, dal cantiere della Torino-Lione a Chiomonte, che Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi hanno scelto di rispondere – anche con la presenza – agli assalti No Tav che sabato hanno trasformato la Val di Susa in un campo di scontro, con 126 operatori delle forze dell’ordine feriti, danni ingenti alle infrastrutture e un’inchiesta destinata ad allargarsi. Mentre la politica si divide la Procura di Torino stringe il cerchio sui responsabili, indaga per devastazione e prova a capire se dietro le violenze ci sia stata una regia organizzata, anche internazionale.

La visita della premier ha avuto un forte valore simbolico. Prima il sorvolo in elicottero dell’area, poi l’incontro con gli agenti impegnati nella vigilanza del cantiere, gli operai e i rappresentanti di Telt. Davanti alle immagini dei danni lasciati dagli assalti, Meloni ha parlato senza mezzi termini: “Quello che vediamo alle nostre spalle non è la scena di una guerra, ma di una presunta contestazione. Questo non è dissenso, è violenza organizzata e premeditata”. La premier ha assicurato che il governo farà “tutto il possibile” per consegnare i responsabili alla giustizia, chiedendo a magistratura e forze investigative il massimo impegno.

Al suo fianco, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rilanciato una chiave di lettura ancora più ampia, richiamando anche gli scontri avvenuti nei giorni scorsi a Bologna. Perché quello che è avvenuto in Val di Susa, dice, non è un episodio isolato, bensì l’azione di una rete di gruppi antagonisti che sfruttano manifestazioni diverse per colpire le forze dell’ordine e alimentare il disordine.

No Tav, l’inchiesta per devastazione e i quattro fermati

Intanto l’inchiesta coordinata dal procuratore di Torino Giovanni Bombardieri entra nella fase operativa: il fascicolo è stato aperto per il reato di devastazione, ma gli investigatori non escludono che possano aggiungersi ulteriori accuse nei confronti dei singoli responsabili. Lato investigativo la Squadra Mobile di Torino ha fermato quattro antagonisti stranieri, ritenuti probabilmente appartenenti al cosiddetto Blocco Nero.

Le indagini puntano soprattutto a chiarire se la violenza sia stata pianificata: per questo vengono analizzate le immagini riprese dai droni della polizia, dalle telecamere di videosorveglianza, dalle bodycam degli agenti e i numerosi video pubblicati sui social dagli stessi manifestanti. L’obiettivo è ricostruire minuto per minuto quanto accaduto, individuare gli autori materiali delle devastazioni e verificare l’eventuale presenza di una cabina di regia che abbia coordinato le azioni più aggressive, anche attraverso il coinvolgimento di militanti stranieri.

L’attenzione degli investigatori, però, non si concentra soltanto sui singoli esecutori materiali degli assalti. Tra le piste al vaglio della Procura c’è anche quella di una possibile regia riconducibile all’area antagonista torinese gravitante attorno ad Askatasuna, storico centro sociale da anni vicino al movimento No Tav.

Parallelamente continuano i controlli sul territorio: oltre 800 persone sono state identificate all’uscita del Festival Alta Felicità organizzato dal movimento No Tav a Venaus, dopo le 436 identificate già nella giornata precedente.

Lo scontro politico e la replica di Schlein

Intanto la vicenda continua ad alimentare lo scontro politico. Se il centrodestra insiste sulla presenza di una rete organizzata di antagonisti e difende la linea dura adottata dal governo, dal Partito Democratico arriva l’accusa di voler sfruttare le violenze per colpire le opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein, pur condannando gli assalti e ribadendo la solidarietà agli agenti rimasti feriti, ha accusato l’esecutivo di “strumentalizzare fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni”, ricordando che il Pd “non ha nulla a che fare con quelle frange” ed è esso stesso “bersaglio” degli ambienti più estremisti. Per Schlein, istituzioni e politica dovrebbero invece “lavorare insieme per isolare la violenza”, evitando di trasformare gli scontri in un terreno di scontro partitico.

Intanto, la Val di Susa resta presidiata. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se gli assalti rappresentino il punto più alto di una protesta degenerata oppure il risultato di un piano preparato da gruppi organizzati italiani e stranieri. Un elemento che potrebbe cambiare profondamente il peso delle contestazioni penali e il quadro complessivo dell’inchiesta.

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