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Tecnologia

Nuvole straniere e menti di silicio: l’urgenza della sovranità digitale

di Redazione -


di GIOVANNI BATTISTA RAGGI

Nel III secolo a.C., lo stratega cinese Han Feizi, padre del Legismo, avvertiva: «Chi confida nel fatto che gli altri non lo tradiranno, sarà rovinato». Una massima di spietato realismo che l’Europa, e l’Italia in primis, dovrebbero scolpire nei ministeri discutendo di AI e Cloud.

Oggi il potere geopolitico si proietta con i petabyte di dati e la potenza computazionale. E in questo “Grande Gioco”, l’Europa è strutturalmente disarmata.
Adattando la celebre teoria di Mackinder al ventunesimo secolo, il nuovo dogma è chiaro: chi controlla il Cloud controlla i dati; chi addestra l’AI sui dati domina l’industria. I numeri testimoniano una resa silenziosa: secondo Synergy Research Group (2024), il 72% del mercato cloud europeo IaaS e PaaS è nelle mani di tre hyperscaler statunitensi.

Questo innesca un feroce vendor lock-in. Stiamo affittando il nostro “cervello digitale” da padroni di casa che risponderanno solo ai propri interessi o a normative extraterritoriali come il CLOUD Act americano.
Anche in Italia la fame di calcolo cresce vertiginosamente. Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, il mercato nazionale nel 2025 ha raggiunto gli 8,13 miliardi di euro, in crescita del 20% rispetto al 2024.

La PA accelera col Polo Strategico Nazionale (PSN), ma il paradosso resta: le fondamenta tecnologiche di questa migrazione dipendono ancora da infrastrutture extra-europee.
La resistenza europea prova tuttavia a prendere forma. In Francia, Mistral AI sviluppa modelli linguistici (LLM) competitivi globalmente, mentre in Germania Aleph Alpha punta sulla sovranità dei dati industriali. L’Italia non sta a guardare: progetti come Modello Italia di iGenius o l’infrastruttura NeXXt AI Factory di Fastweb (con il modello MIIA, addestrato su dati italiani in data center nazionali) dimostrano che possediamo le competenze per non essere semplici colonie digitali.

I rischi di una mancata sovranità restano potenzialmente devastanti. Al pericolo di un blocco hardware nello Stretto di Taiwan si salda la minaccia della cybersecurity. Affidare infrastrutture critiche ad algoritmi “scatola nera” moltiplica la superficie d’attacco, esponendoci a devastanti attacchi alla supply chain del software. In un’epoca di guerra ibrida, non possedere le chiavi di crittografia equivale a lasciare i cancelli della cittadella spalancati.

A questo si aggiunge la scure occupazionale. L’AI è automazione cognitiva: consumando algoritmi addestrati altrove rischiamo lo svuotamento della base industriale, esportando valore e importando pressioni sui lavoratori. L’AI Act europeo rischia di essere una moderna Linea Maginot: non si vince una guerra tecnologica solo a colpi di regolamenti.
Il tempo delle rassicurazioni di facciata è finito. Se vogliamo difendere l’indipendenza, Governo e imprese devono comprare e sostenere la tecnologia sovrana. O saremo padroni dei server e degli algoritmi di AI, o saremo servi dei server e dei cervelli digitali altrui.


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