Operazione Irini: a caccia di navi ombra russe nel Mediterraneo
"Riciclata" la missione nata per la lotta ai traffici di armi per la Libia
Operazione Irini: una scacchiera blu cobalto, grande quanto l’intero bacino del Mediterraneo. Sopra, si muovono navi fantasma cariche di milioni di barili di petrolio, droni che colpiscono nell’ombra e ammiragli che impartiscono ordini da basi siciliane. Al centro di quello che sembra un thriller nautico, la Missione nata per fermare le armi in Libia e oggi riciclata come “sceriffo” contro la flotta ombra di Vladimir Putin.
A caccia di navi della flotta ombra russa
Ma c’è un problema: lo sceriffo dell’Operazione Irini ha le mani legate e le pistole caricate a salve. Nata sei anni fa con un mandato Onu per far rispettare l’embargo sulle armi in Libia, la missione navale dell’Unione Europea ha recentemente cambiato pelle. Sotto la guida dell’Italia – con il quartier generale operativo a Sigonella e il comando affidato al contrammiraglio Marco Casapieri – Irini ha ricevuto nuove “regole d’ingaggio”.
L’obiettivo dichiarato da Kaja Kallas, Alto rappresentante Ue, ambizioso: abbordare e fermare le navi della cosiddetta Dark Fleet – la flotta ombra russa – per tagliare i viveri alla macchina da guerra russa. “Ogni nave sequestrata o bloccata significa minori entrate per la Russia”, ha scandito Kallas a Cipro.
E l’Onu lo sa?
Eppure, dietro i proclami, si nasconde un vuoto legale che trasforma gli abbordaggi in una sorta di “teatro geopolitico”. Qui entriamo nel cuore del mistero. Per agire contro le navi libiche, l’Operazione Irini godeva di una risoluzione Onu specifica. Ma per la Russia? C’è un punto critico: Kallas ha annunciato l’ampliamento dei target, ma ha sorvolato sistematicamente sulla base legale Onu.
Senza un nuovo mandato del Consiglio di Sicurezza dove Mosca ha potere di veto-, l’Ue si trova a navigare – è il caso di precisare – in acque agitate. Attualmente, l’operazione si appoggia all’Articolo 110 della Convenzione Onu sul diritto del mare. Tradotto dal legalese: le forze europee, come il pattugliatore italiano Its Francesco Morosini, possono salire a bordo solo per verificare la bandiera in caso di sospetto che la nave sia “senza patria” o ne batta una falsa.
I controlli di Irini nel Mediterraneo
Se i documenti sono formalmente in regola, i soldati devono scendere, fare un saluto e lasciar passare il carico. Ma quanto “pesa” questa flotta ombra nel nostro mare? Le stime parlano di oltre 100 navi costantemente attive nel Mediterraneo. Non parliamo di bagnarole, ma di giganti del mare.
L’Aframax Oneiroi: 244 metri di lunghezza, capace di trasportare circa 100mila barili di petrolio. La suezmax Nelsa, 274 metri, un mostro d’acciaio che elude i radar spegnendo i segnali Ais. Navi che utilizzano bandiere di comodo (spesso del Camerun) e assicurazioni opache per aggirare le sanzioni, creando una rete logistica parallela che compromette la trasparenza dei mercati energetici globali.
E poi?
Il fallimento operativo della missione si incarna in tre nomi: Sandhya, Oneiroi e Nelsa. Sono le prime navi della flotta russa intercettate da Irini dopo l’allargamento del mandato. La dinamica è stata quasi identica per tutte. L’abbordaggio, con le squadre d’ispezione salite a bordo – a Oneiroi è stata ispezionata il 1° giugno in acque internazionali-.
Poi, il controllo. Si verificano i documenti della bandiera camerunense. Infine, il rilascio. Nonostante le navi fossero soggette a sanzioni Ue e britanniche, tutte e tre sono state lasciate andare. La Oneiroi ha proseguito indisturbata verso l’Egitto per poi dirigersi in India. La Nelsa ha attraversato il Bosforo e Suez carica di petrolio caricato a Novorossiysk. Cosa abbiano trovato i militari europei a bordo resta un segreto, ma il risultato è palese: tre ispezioni, zero sequestri.
Il caso di una nave fantasma: la Arctic Metagaz
A rendere l’atmosfera più cupa, questa vicenda. Una metaniera della Dark Fleet russa rimasta mesi fa alla deriva al largo di Malta dopo un misterioso attacco con droni. Trenta membri dell’equipaggio hanno abbandonato la nave, lasciando un carico esplosivo di gas liquefatto e diesel a ballare tra le onde verso le coste libiche. Un potenziale disastro ambientale che ha spinto Spagna, Italia e altri tre Paesi a invocare il meccanismo di protezione civile Ue.
Questo incidente dimostra il pericolo fisico, oltre che economico, di una flotta che opera fuori da ogni controllo standard.
A cosa serve Irini se è “inefficace”?
Se la missione non blocca il petrolio, perché spendere milioni di euro e impiegare navi, aerei lussemburghesi e polacchi e basi siciliane? La risposta non è operativa, ma politica e legale.
Gli abbordaggi, pur se finiscono col rilascio, aumentano i costi di gestione e i tempi di consegna per Mosca. E Sigonella funge da orecchio e occhio del Mediterraneo. Ogni ispezione permette di mappare i nuovi trucchi della Dark Fleet. Serve a creare una procedura comune tra i 27 Paesi Ue per testare la tenuta legale delle sanzioni davanti ai tribunali internazionali.
In conclusione, la missione Irini al momento appare come un “cane che abbaia ma non può mordere”, frenato da una legge del mare scritta in tempi di pace e oggi usata come scudo in un tempo di guerra ibrida. Mentre le navi russe continuano a solcare il Mediterraneo, il quartier generale di Sigonella resta il cuore di una sfida che somiglia sempre più a un infinito inseguimento del gatto col topo.
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