L’oro è sempre più la moneta-ombra del riciclaggio
Una parte della manifattura orafa nazionale continua a cercare scappatoie nelle maglie dei flussi finanziari europei
Il recente sequestro di 62 chilogrammi di oro puro all’aeroporto di Fiumicino — dodici lingotti del valore di oltre 8 milioni di euro —, l’ultimo sussulto di un sistema carsico del riciclaggio che scorre sotto i distretti produttivi di Arezzo e Vicenza.
Oro “illegale”: cosa succede?
Nonostante una narrazione che celebra l’eccellenza del Made in Italy orafo, i dati dell’Unità di Informazione Finanziaria e le inchieste della Guardia di Finanza rivelano una vulnerabilità sistemica.
Perché l’oro, per sua natura chimica e fisica, diventa il “vettore ideale” per il riciclaggio e l’evasione fiscale industriale.
Il cuore del problema, in un concetto tecnico che gli inquirenti definiscono “liquefazione della traccia”.
Una volta che il metallo prezioso — sia esso provento di furti in abitazione o di frodi fiscali — entra in una fonderia, viene fuso a oltre 1000 gradi. In quel momento, ogni marchio di fabbrica, punzone o numero di serie svanisce per sempre, trasformando materia prima illecita in “nuovo” oro perfettamente legale e pronto per il mercato.
Tutti i casi precedenti
Un precedente caso emblematico, l’operazione “Rubinetto” di Padova e Vicenza del marzo 2025, che ha smantellato una rete di ricettazione gestita da un insospettabile gioielliere settantenne.
Il meccanismo, industriale: le bande dedite ai furti consegnavano l’oro al professionista che, appoggiandosi a un laboratorio di fusione a Gazzo Padovano, trasformava i preziosi rubati in lingotti e verghe.
In soli sei mesi, documentate 730 consegne, per un giro d’affari stimato in oltre 5 milioni di euro. Dietro una parete in cartongesso, 80mila euro in contanti, spia di una “moneta fluida” che sfugge ai tracciamenti Swift.
Se il riciclaggio di oro fisico è l’aspetto più brutale, la frode fiscale cartolare è quella più sofisticata e devastante per la concorrenza onesta.
Nei distretti di Vicenza, l’operazione “Marchio Sfrenato” ha svelato un sistema da 25 milioni di euro di Iva evasa. Qui, il fulcro nelle abituali “società cartiere”: imprese fittizie, spesso domiciliate in hotel o fast-food, “amministrate” da prestanome improbabili come parcheggiatori abusivi o mendicanti.
Le società filtro acquistano oro puro in esenzione d’imposta dai banchi metalli, per poi rivenderlo fittiziamente ad altre aziende facendo figurare la cessione di prodotti semilavorati, soggetti a Iva.
Così l’acquirente finale acquisisce crediti Iva indebiti, immettendo sul mercato gioielli a prezzi stracciati e drogando la competizione. Un’altra inchiesta a Monticello Conte Otto, con tre imprese per un giro di fatture false da 50 milioni di euro.
L’operazione Gold Vision
Numeri che impallidiscono di fronte all’operazione Gold Vision, che ha censito fatture per operazioni inesistenti per l’astronomica cifra di 448 milioni di euro. Mentre la magistratura scava nel “nero” di filiera, le associazioni di categoria hanno storicamente mantenuto un profilo di prudenza.
Talvolta sfociato in resistenza normativa. Già nel 2013, Federorafi e Federpreziosi inviavano istanze all’Agenzia delle Entrate per chiedere di limitare gli obblighi di comunicazione all’Anagrafe dei rapporti finanziari.
La tesi, che gli acquisti di “oro industriale” (rottami, semilavorati, polveri) non dovessero essere segnalati poiché semplici “approvvigionamenti di materia prima” e non operazioni di natura finanziaria. Mentre sul fronte dei “compro oro”, spesso terminali di flussi opachi, reazioni altrettanto nette.
Nel 2017, la presidenza degli orafi di Confartigianato Vicenza definiva “deludente” il decreto che regolamentava il settore, lamentando un eccesso di burocrazia che penalizzava i laboratori artigiani. Solo recentemente, in un seminario Uif del novembre 2024, le associazioni hanno aperto a una “collaborazione attiva”, proponendo un’autorità di vigilanza unica e una piattaforma centralizzata per tracciare le compravendite di oreficeria usata.
Quasi impossibile la vigilanza
Tuttavia, la persistente frammentazione in migliaia di piccoli laboratori rende la vigilanza un compito titanico. Le rotte dell’illegalità si spingono oltre i confini nazionali. Nel maggio scorso la Guardia di Finanza di Verona e Vicenza ha smantellato un traffico tra l’Italia e l’Austria.
Il modus operandi, sistematico: lingotti di oro purissimo (999 ‰), privi di qualsiasi punzonatura o sigla identificativa, scambiati presso i caselli autostradali dell’A22 con ingenti somme di contante. E le indagini hanno confermato che l’assenza di marchi era deliberata, finalizzata a facilitare l’immissione del metallo nei circuiti clandestini di fusione all’estero.
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Oro, la moneta-ombra del riciclaggio
In sintesi, l’oro nei distretti italiani funge da moneta ombra. La sua capacità di concentrare un valore immenso in poco spazio (62 kg stanno in due trolley) e di diventare anonimo con una semplice fusione, lo rende lo strumento perfetto per chi deve “ripulire” capitali da frodi fiscali internazionali o reati societari.
Nonostante le recenti strette normative che equiparano l’oro al contante, i sequestri di Fiumicino e le maxi-frodi vicentine confermano che una parte della manifattura orafa continua a cercare scappatoie nelle maglie dei flussi finanziari europei. Sotto i gioielli del Made in Italy, la polvere è ancora accumulata in quantità industriali.
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