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Storie

Ottant’anni fa l’accordo Italia-Belgio, una delle basi della nascita dell’Ue

di Raffaele Bonanni -


A Genk, nelle Fiandre, una delle capitali storiche del carbone belga, si è celebrato l’ottantesimo anniversario dell’accordo tra Italia e Belgio che contribuì in modo decisivo alla ricostruzione del nostro Paese. Una ricorrenza che non appartiene soltanto alla storia dell’emigrazione, ma alla storia economica e politica dell’Italia.

Nel 1946 la guerra aveva lasciato una nazione stremata: industrie distrutte, disoccupazione diffusa, scarsità di risorse. Soprattutto mancava l’energia necessaria per riavviare la produzione. Il Belgio disponeva di carbone ma aveva bisogno di manodopera. Nacque così l’intesa promossa dal governo guidato da Alcide De Gasperi: carbone per alimentare la ripresa industriale italiana in cambio di lavoratori destinati alle miniere belghe. I 50 mila previsti inizialmente divennero in pochi anni oltre 150 mila.
Furono anni di sacrifici enormi.

Migliaia di italiani, provenienti in gran parte dalle aree più povere del Paese, lasciarono le famiglie per affrontare il lavoro durissimo delle miniere. In cambio ottennero salari equiparati a quelli dei lavoratori belgi e la possibilità di inviare rimesse che contribuirono al sostentamento di intere comunità. Quel carbone e quei risparmi furono tra i mattoni della ricostruzione nazionale e del boom economico che avrebbe caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta.

Non mancarono tragedie e sofferenze. La più drammatica fu quella di Marcinelle, nel 1956, quando persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. Una ferita che ancora oggi ricorda il prezzo umano pagato da una generazione che contribuì a costruire il benessere dell’Europa.

Quella stagione fu anche uno dei passaggi che portarono alla nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, primo nucleo dell’integrazione europea. De Gasperi comprese che energia, industria e lavoro erano parti di una stessa strategia di sviluppo. La disponibilità di energia non era una questione tecnica, ma una scelta politica decisiva per garantire crescita, occupazione e stabilità.
È il confronto con il presente a rendere attuale quella vicenda. Ottant’anni fa la politica si interrogava su come garantire energia e occupazione.

Oggi sembra prevalere la capacità di opporsi a qualsiasi soluzione. In gran parte del mondo la scoperta di un giacimento di gas o petrolio è considerata una fortuna; in Italia spesso viene vissuta come un problema. Per anni si è detto no alle trivellazioni, ai rigassificatori, ai termovalorizzatori. Si contestano eolico e fotovoltaico. Abbiamo rinunciato al nucleare, aumentando la dipendenza energetica dall’estero.
Proprio in questi mesi il Governo ha riaperto, sia pure con cautela, il dossier del nucleare di nuova generazione, riconoscendo la necessità di rafforzare sicurezza energetica, competitività industriale e autonomia strategica.

Eppure il dibattito continua a essere dominato da contrapposizioni ideologiche, mentre il costo dell’energia resta tra i più elevati d’Europa. Da troppo tempo manca una strategia nazionale capace di coniugare sostenibilità, indipendenza energetica e sviluppo.
Pesano ancora interessi consolidati, resistenze corporative e una diffusa tendenza ad assecondare ogni opposizione locale. I “no” territoriali hanno spesso finito per bloccare opere necessarie all’interesse generale. Le crisi internazionali e l’uso dell’energia come strumento di pressione geopolitica dovrebbero averci insegnato quanto sia rischioso dipendere dagli altri per una risorsa così strategica.

Forse non è un caso che alla commemorazione di Genk fossero assenti le organizzazioni politiche e sociali italiane. Eppure quella storia avrebbe molto da insegnare. Ricorda che lo sviluppo non nasce dalle parole, ma dalla capacità di affrontare i problemi reali. E che lavoro, crescita e benessere si costruiscono con scelte coraggiose, visione strategica e responsabilità. La lezione dell’accordo italo belga sul carbone ed occupazione voluta da Alcide De Gasperi resta attuale: un Paese cresce quando sa decidere, non quando si limita a dire no.


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