L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

La Padania presenta il conto a Salvini

di Alessandro Scipioni -


La Lombardia, che fu culla del movimento autonomista, non è avvezza alle rivoluzioni di palazzo ma piuttosto ai moti profondi che partono dalla base, da quel radicamento territoriale che per decenni ha rappresentato la linfa vitale del Carroccio. Che ha dato un senso al movimento fondato da Umberto Bossi.

Se la Lombardia e il Veneto costituiscono per la Lega ciò che la California è per i Democratici americani o Bologna per la sinistra storica, ovvero il serbatoio inesauribile e il cuore pulsante di un’identità politica, la presa di posizione del direttivo regionale lombardo non può essere derubricata a un colpo di sole dovuto al caldo.

La Lombardia per la Lega non è il Molise. Con tutto il rispetto per il Molise. È la roccaforte originaria, il baricentro geografico ed elettorale che ha nutrito il sogno federalista prima di mutare pelle a vocazione nazionale. E non si può ignorare il proprio baricentro elettorale, il proprio riferimento storico ed ideale e pretendere di continuare a rappresentare legittimamente una continuità ideale.

Quando la democrazia interna della Lega si atrofizza

La politica, tuttavia, continua colpevolmente a ignorare i segnali inequivocabili di un logoramento sistemico. Quando i partiti smettono di fare tessere, quando subiscono un’erosione di consenso costante, quando le espulsioni dei dissenzienti diventano la norma e i congressi smettono di essere celebrati, oppure vengono celebrati solo quando si è cacciato chi era troppo scomodo ed il loro esito è già deciso a tavolino; la democrazia interna si atrofizza. Quando i commissariamenti servono unicamente per cacciare gli sgraditi e silenziare i militanti (che nella Lega sono gli unici iscritti ad avere pieno diritto di voto), che un tempo venivano creati rispondendo a una logica rigorosamente meritocratica e di lavoro sul campo; ed oggi, al contrario, le militanze vengono vagliate unicamente in base alla cieca fedeltà e all’assenza di critica verso il segretario di turno; tutto inaridisce nel migliore dei contesti in una sterile rassegnazione per senso di appartenenza.

Tutto questo in Lega va avanti da troppo!

Ritorno alle preferenze e la lezione dei traditori di Bossi

In un simile contesto, è non solo legittimo ma necessario che si verifichino sollevamenti e smottamenti interni, ed è perfettamente naturale che le segreterie territoriali elaborino documenti politici capaci di mettere in discussione la linea ufficiale. Ancora più giusto sarebbe, su scala generale, un ritorno alle preferenze pure, affinché siano finalmente i cittadini a scegliere chi mandare in Parlamento, sottraendo il potere ai cortigiani di nomina calata dall’alto, sempre pronti a riciclarsi in cambio di un posto sicuro al prossimo giro di valzer. Disposti a tradire anche chi li ha messi pur di preservare la cadrega. Nei prossimi mesi Salvini non si stupisca. Si ricordi che tutti quelli che hanno tradito Bossi dovevano tutto a Bossi.

Quando figure storiche e granitiche della militanza, uomini capaci di sopportare le stagioni più aspre e di dare voce al pratone di Pontida come Daniele Belotti, storico deputato ed esponente lombardo, arrivano a invocare un passo indietro del segretario federale, significa che la faglia geologica interna ha raggiunto il punto di rottura. Non siamo di fronte a un capriccio correntizio, bensì a uno scollamento viscerale tra il vertice e il sentire comune di un popolo che non riconosce più la propria storia e non ritrova più la propria identità, nelle scelte di una leadership guidata dall’inerzia e dalla preponderante volontà di autoconservazione.

I governatori del Nord pesano sul segretario

La posta in gioco trascende le ambizioni personali e tocca la sopravvivenza stessa di una forza fondamentale per l’architettura del centrodestra. Il segretario può certamente esercitare le sue prerogative disciplinari, ma la reale forza della Lega risiede oggi nel governo dei territori chiave affidati ai suoi governatori. In questo scenario di gelido disaccordo, i presidenti di regione (e il Doge) del Nord detengono un peso che può far pendere la bilancia verso le istanze del territorio. Hanno un asso nella manica: magari il segretario si crede inamovibile, ma i governatori sono inamovibili. Salvini non può mica cacciarli!

A buon intenditor poche parole, spetta a loro far valere il loro immenso peso istituzionale e politico per imporre una riflessione radicale, prospettando un ultimatum che eviti una dolorosa implosione.

Matteo Salvini non può permettersi di ignorare il grido d’allarme che sale dalla sua terra madre, così come il centrodestra intero non può assistere silente al lento dissolvimento di una componente storica che ha dato senso e voti a una coalizione intera. Restare aggrappati alla segreteria senza il consenso vivo della base rischia di compromettere non il futuro di un singolo, ma il destino politico di un movimento nato per cambiare il paese e oggi chiamato, con coraggio, a cambiare innanzitutto sé stesso.

Verso il triumvirato: passo indietro o commissariamento

Le ultime cronache sembrano chiaramente confermare che lo strappo è ormai arrivato al punto di non ritorno. Il Nord ha definitivamente sfiduciato il segretario, accusandolo di aver svuotato il partito della sua anima storica.

La richiesta che emerge con forza dai governatori e dai quadri dirigenti settentrionali è chiara e drastica. Stavolta non si può traccheggiare, serve un cambio di passo immediato che porti al superamento dell’attuale leadership in favore di una gestione alternativa.

Sembra si voglia in questa fase optare per un triumvirato capace di traghettare la Lega verso una nuova fase. Anche se è una mediazione che può durare forse uno o due mesi; e comunque se l’attuale segretario ne facesse parte renderebbe una tale soluzione insoddisfacente, per gli animi infervorati in questo momento.

Le nuove operazioni per funzionare hanno bisogno del volto di una nuova leadership. Le operazioni a metà spesso fanno più danni del non agire affatto.

Il messaggio inizia ad avere un significato molto chiara se Salvini non farà un passo di lato spontaneamente, la base e le istituzioni locali sono pronte a imporre il commissariamento della linea politica, mettendo di fatto fine all’era dell’uomo solo al comando.

LEGGI TUTTE LE NEWS DI POLITICA


Torna alle notizie in home