Oltre la sacralità della vita: il nodo irrisolto tra giustizia e percezione di sicurezza
L’editoriale di Giuseppe Ariola è uno spunto di riflessione interessantissimo. Ne condivido pienamente la conclusione di fondo. Il nostro Paese non può e non deve scivolare verso logiche da Far West, né abdicare al principio cardine che attribuisce alla vita umana un valore supremo e inviolabile.
Tuttavia, credo sia necessario ampliare ulteriormente la focale del dibattito, spostando la prospettiva su un piano di maggiore complessità. Se è vero, come è vero che la vita è il bene primario da tutelare, è altrettanto vero che esiste un dovere collettivo superiore da identificare nella salvaguardia della nostra civiltà e della sicurezza sociale, che sono il fondamento della nostra convivenza civile.
Monopolio della forza e Stato squilibrato
Sono fermamente convinto che una società armata non sia una società sicura e che il monopolio della forza e dell’amministrazione della giustizia debba appartenere esclusivamente alle istituzioni. A rigor di logica ne consegue quindi che lo Stato debba essere forte ed efficiente per evitare che il singolo si faccia giustizia da sé.
Ma allora, perché si arriva a comprendere, o talvolta a giustificare, il ricorso a gesti estremi? Anzi, un tale ricorso, trova ampio supporto nella pubblica opinione.
Il problema risiede in una profonda e diffusa percezione sociale di squilibrio. C’è la sensazione, suffragata da troppi casi, che le garanzie e la protezione dello Stato siano sbilanciate a favore di chi delinque, a discapito di chi la legge la rispetta e la fa rispettare.
L’asimmetria della legittima difesa e la colpa dello Stato
Il senso comune percepisce un’allarmante asimmetria laddove il cittadino che reagisce, magari eccedendo i limiti della legittima difesa in un momento di terrore, viene immediatamente sottoposto a un severo iter processuale; e al contempo chi ha innescato la violenza sembra spesso godere di una inspiegabile tolleranza o di pene inadeguate.
L’idea di fondo che la vita sia sacra deve doverosamente restare non negoziabile, ma non può essere brandita come un dogma astratto che ignora il bisogno di sicurezza reale e la richiesta di una giustizia certa.
Finché lo Stato non riuscirà a garantire che la pena per il criminale sia percepita come certa ed equamente commisurata alla gravità del reato, la discussione sulla legittima difesa continuerà a essere un sintomo doloroso di un sistema che non protegge adeguatamente i propri cittadini onesti. Dunque, è il primo colpevole degli eccessi che vanno soprattutto a danno della sacralità della vita.
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