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Pasta Made in Italy, filiera fragile nonostante i record

Gli Stati Uniti hanno deciso di ridurre i dazi antidumping sul nostro prodotto più noto all'estero, una mossa che attenua la pressione immediata sui produttori ma non elimina le criticità strutturali del settore

di Angelo Vitale -


Dal rischio al punto di svolta: la pasta made in Italy negli Stati Uniti evita il colpo più duro dei dazi ma tra grano estero e mercati globali il futuro deve ancora essere scritto.

Il rischio dei dazi, la svolta

Gli Stati Uniti hanno deciso di ridurre i dazi antidumping sul nostro prodotto più noto all’estero, una mossa che attenua la pressione immediata sui produttori ma non elimina le criticità strutturali del settore.

Una procedura aperta a settembre 2025 aveva prospettato tariffe aggiuntive fino al 91,74% da sommare al 15% già in vigore su prodotti Ue, portando potenzialmente a un dazio totale vicino al 107% per alcune linee italiane.

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Il Dipartimento del Commercio Usa ha rivisto quegli scenari: i dazi saranno fissati al 2,26% per La Molisana, al 13,98% per Pastificio Lucio Garofalo e al 9,09% per gli altri 11 produttori coinvolti, tra cui Barilla.

Tredici marchi nella bufera

Il caso ha attirato l’attenzione mondiale, perché tredici aziende italiane rappresentano circa il 16% delle importazioni di pasta Made in Italy negli Usa, un mercato consolidato che nel 2024 ha superato gli 800 milioni di dollari.

Per la Farnesina, una rideterminazione “segno del riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende da parte delle autorità statunitensi. Soddisfatto il ministro Francesco Lollobrigida: “Lavoro serio porta frutti”.

I record dell’export di pasta Made in Italy

Un mercato, quello Usa, strategico: con oltre 670 milioni di euro di export nel 2024 verso gli Usa, una fetta importante dell’export della pasta italiana. Tuttavia, anche con tariffe ridotte, il quadro resta fragile: margini compressi, costi energetici elevati, logistica internazionale complessa e competizione globale rendono ogni decisione aziendale un esercizio di equilibrio tra opportunità e rischio.

Una delle criticità più evidenti, quella derivante dal grano estero. Gran parte del grano duro destinato alla produzione esportata proviene da Canada e Stati Uniti, e non dall’Italia, una dipendenza che espone la filiera alle oscillazioni dei prezzi internazionali, agli shock climatici e alle tensioni geopolitiche.

Anche in un contesto tariffario più favorevole, un improvviso aumento del costo del grano o problemi logistici possono erodere i margini, costringendo molte aziende a rivedere le proprie strategie. Questa dipendenza riduce la capacità del settore di programmare a lungo termine e limita la flessibilità produttiva, soprattutto per le pmi che non possono assorbire picchi di costo improvvisi.

Elemento simbolo anti-crisi

La pasta, alimento simbolo e anti-crisi, si conferma intanto resiliente nei consumi: in periodi di inflazione o incertezza economica, le famiglie tendono a mantenerne la presenza sulle tavole, un indicatore del potere d’acquisto e delle scelte economiche quotidiane.

Allo stesso tempo, la concentrazione industriale resta elevata: pochi grandi marchi controllano gran parte dell’export, aumenta l’efficienza, marcata l’esposizione a rischi commerciali, tariffari e geopolitici. Un successo globale, quindi, non misurabile solo in quantità vendute, ma nella capacità di navigare tensioni internazionali e mercati volatili, cogliendo opportunità senza sottovalutare vulnerabilità evidenti.

La geopolitica che influenza la filiera

Il caso Usa evidenzia come la geopolitica influenzi beni apparentemente quotidiani. Le decisioni politiche oltreoceano incidono su prezzi, margini, occupazione e abitudini dei consumatori, dimostrando quanto la filiera italiana sia integrata in un sistema globale complesso.

“Ma il rischio di vedere tornare pressioni protezionistiche resta reale – afferma Margherita Mastromauro, presidente del settore pasta di Unione Italiana Food -. Questa vicenda evidenzia quanto il contesto geopolitico possa ribaltare equilibri consolidati tra partner commerciali“.

Alla ricerca di un piano industriale nazionale

La pasta, insomma, prodotto strategico – l’Italia esporta oltre 4 miliardi di euro di pasta nel mondo, con quote significative in Europa, Americhe e Asia -ma l’export stimato negli Usa tra 770 e 800 milioni di dollari mostra quanto il settore sia vulnerabile anche a variazioni limitate delle tariffe o dei costi del grano.

“La nostra preoccupazione – avverte chiaramente Lollobrigida – non è solo il valore dell’export, ma la vulnerabilità strutturale in un mercato fortemente soggetto a variabili esterne”. Perciò “serve un piano industriale nazionale che rafforzi ricerca, diversificazione delle materie prime e filiere produttive”.

Una performance mondiale che non si traduce in benefici

Perché la vicenda dei dazi non riguarda solo percentuali e margini, ma strategia industriale, relazioni internazionali e sostenibilità della filiera. La riduzione dei dazi Usa offre una finestra di opportunità, ma non risolve le criticità che hanno reso il mercato globale così complesso e insidioso.

Coldiretti insiste: “È fondamentale difendere e valorizzare l’intera filiera, compreso il giusto prezzo per il grano italiano”.

Sullo sfondo, un paradosso: un settore simbolo del Made in Italy performa sui mercati globali, ma difficilmente si traduce in benefici concreti per chi coltiva il grano, produce semola o lavora nella pasta.

Nel 2024, nonostante un consolidato record dell’export, la crescita strutturale fatica a incidere sui salari, sugli investimenti territoriali o sulle piccole imprese locali. È chiaro che per trasformare la forza dell’export in un effetto reale serve uno scatto in più: innovazione, diversificazione delle materie prime e strategie di filiera capaci di collegare risultati globali a vantaggi concreti per l’Italia.


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