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Sociale

Pietà l’è morta, ma la Costituzione dov’è finita?

di Alberto Filippi -


Francesco Storace ha ragione, e chi si affanna a spiegarci che in fondo si tratta “solo” di un mazzo di fiori strappato da una teca non ha capito – o finge di non capire – dove sta il vero problema di questa vicenda.

Il fatto materiale, per chi non l’avesse seguito, è semplice: un ex brigatista si reca davanti a Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, e distrugge una teca che custodiva fiori e fotografie in memoria di Benito Mussolini e Claretta Petacci, fucilati in quel luogo il 28 aprile 1945. Il Tribunale di Como lo assolve “per non aver commesso il fatto” quanto alla rottura della teca, riconoscendo però che l’imputato ha ammesso di aver portato via i fiori, definendo il tutto un “gesto simbolico” privo di rilevanza penale.

Il rispetto della memoria dei defunti

Ecco, è proprio qui che casca l’asino, ed è qui che casca soprattutto la toga. Perché non stiamo parlando di un giudizio sul valore economico di un mazzo di fiori, né sulla gravità oggettiva di un gesto di vandalismo su una tomba.

Se fosse solo questo, si potrebbe discutere di proporzionalità della pena, di particolare tenuità del fatto, di mille sfumature che il diritto penale conosce bene. Il punto è un altro, ed è molto più serio: un magistrato della Repubblica ha scritto, nero su bianco, che rispettare la memoria di alcuni defunti è lecito e rispettare la memoria di altri defunti – scomodi, divisivi, politicamente indigesti – può essere impunemente violato, anzi va quasi capito come gesto di “antifascismo”.

E qui la faccenda non è più tra Storace e i suoi critici, è tra questa sentenza e l’articolo 3 della Costituzione italiana, quello che sancisce l’eguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di opinione politica. Una toga che distingue tra morti di serie A e morti di serie B a seconda di chi essi fossero in vita, e che lo fa peraltro ottant’anni dopo i fatti, non sta applicando la legge: sta scrivendo una propria personale gerarchia ideologica del lutto, e la sta spacciando per diritto. Non è un dettaglio polemico, è una violazione conclamata del principio costituzionale di non discriminazione, che vale per i vivi come dovrebbe valere – nel rispetto della pietas che ogni civiltà riconosce – anche per come si trattano i morti e chi li piange.

La necessità di valutare le motivazioni

Ed è per questo che la vicenda non può fermarsi al commento sui social, per quanto giusto e sacrosanto sia quello di Storace. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha il dovere istituzionale di valutare se le motivazioni di una sentenza abbiano superato il confine tra interpretazione della legge e affermazione di una parte politica travestita da diritto.

E la stampa, quella vera, quella che non guarda al colore della bandiera ma alla tenuta dei principi, dovrebbe interrogarsi senza sconti su cosa significhi per lo Stato di diritto che un giudice possa, in un atto ufficiale, legittimare la violenza simbolica contro una memoria e negarla per un’altra.

L’uguaglianza non vale per tutti

Perché la vera notizia non è che qualcuno abbia strappato dei fiori. La vera notizia è che uno Stato che si professa fondato sull’uguaglianza dei cittadini abbia, tramite una delle sue funzioni più delicate, certificato che l’uguaglianza vale per tutti tranne che per i morti sgraditi al pensiero dominante. Pietà l’è morta, cantavano i partigiani. C’è da chiedersi se, insieme a lei, non sia morta anche l’imparzialità che dovrebbe guidare chi la Costituzione è chiamato non a interpretare a piacimento, ma a rispettare per primo.

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