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Politica

Campo largo, il vero nodo non sono le primarie ma la leadership

di Eleonora Manzo -

Da sinistra, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Roberto Fico e Gaetano Manfredi durante la manifestazione del campo largo in piazza del Gesù, a Napoli


Il campo largo ha trovato finalmente una sintesi. Non politica, non programmatica, non elettorale. Una sintesi teatrale. La discussione sulle primarie, infatti, sta diventando la fotografia perfetta di un centrosinistra che ancora una volta rischia di perdersi non per la forza degli avversari, ma per la propria incapacità di scegliere una strada senza sabotarla il giorno dopo.

Se le primarie si fanno e a vincerle è Elly Schlein, il problema non si risolve, si sposta. Perché una parte consistente dell’elettorato grillino, già diffidente verso il Pd e ancora di più verso il gruppo dirigente democratico, difficilmente si metterebbe in fila con entusiasmo dietro una leader percepita come espressione di un partito che continua a guardare ai Cinque Stelle più come serbatoio che come alleato. Schlein può anche vincere dentro il perimetro progressista, ma non è affatto detto che riesca a trascinare Conte e il suo popolo in una competizione nazionale dove la disciplina di coalizione non è mai stata il punto forte del campo avverso alla destra.

Se invece le primarie le vincesse Giuseppe Conte, lo scenario sarebbe persino più esplosivo. Non soltanto perché segnerebbe la definitiva umiliazione della leadership del Pd nel centrosinistra, ma perché certificherebbe un sorpasso politico e simbolico che al Nazareno molti non accetterebbero mai davvero. Sarebbe la fine della centralità democratica e, con ogni probabilità, anche la fine della segreteria Schlein, già insidiata da correnti, malumori e avversari interni che aspettano solo l’occasione per presentare il conto. In quel caso il campo largo non nascerebbe come coalizione, nascerebbe come resa.

La terza via delle primarie del campo largo: le mosse di Speranza e Franceschini

E poi c’è la terza via. Non farle affatto. Soluzione apparentemente prudente, forse perfino rassicurante per chi teme che il voto popolare trasformi le divisioni in una guerra aperta. Ma anche qui il nodo resta intatto. Perché, se la nuova legge elettorale impone di chiarire il profilo della leadership e di indicare il candidato premier, come si pensa di uscire dall’imbuto? Con una mediazione di vertice? Con una trattativa tra capicorrente? Con un nome calato dall’alto? Sarebbe l’ennesima conferma di una coalizione che parla di popolo e decide di palazzo.

In questo quadro si capiscono benissimo, pur da angolature diverse, le mosse di Roberto Speranza e Dario Franceschini. Il primo invita a evitare le primarie, cioè a disinnescare un ordigno che potrebbe saltare in mano agli stessi artificieri. Il secondo chiede addirittura un terzo nome, formula che tradotta dal politichese significa una cosa molto semplice, nè Schlein nè Conte sono in grado di unire davvero. Ma se per tenere insieme la coalizione bisogna trovare qualcuno che non somigli troppo a nessuno dei due, vuol dire che il problema non è il metodo di selezione. E’ l’assenza di una leadership condivisa.

Il confronto con la destra e la commedia delle primarie del campo largo

Il punto, del resto, è sempre quello. A destra, con tutti i distinguo del caso, esiste una catena di comando politica chiara. Giorgia Meloni guida, decide, imprime una linea e la coalizione si riconosce in un assetto comprensibile agli elettori. Dall’altra parte, ogni scelta appare un rebus, ogni vertice una tregua, ogni proposta un compromesso provvisorio. E quando la politica si riduce a una lunga trattativa fra diffidenze, il messaggio che arriva al Paese è fallimentare. Se non sanno decidere chi li guida, come possono pretendere di guidare l’Italia?

La commedia delle primarie del campo largo nasce tutta qui. Se le fanno, rischiano di uscire più divisi di prima. Se non le fanno, devono comunque spiegare con quale credibilità indicheranno il candidato premier. Se prova a imporsi Schlein, Conte storce il naso. Se avanza Conte, nel Pd parte la resa dei conti. Se spunta un terzo nome, vuol dire che i primi due non bastano. Qualunque strada scelgano, si intravede lo stesso approdo: una coalizione che discute di regole per non affrontare il problema politico di fondo, cioè che cosa sia davvero e chi la rappresenti.

E così, ancora una volta, la destra potrebbe vincere non soltanto per la compattezza che riesce a mostrare, ma per l’inconcludenza strutturale di avversari divisi su tutto: sulla leadership, sul metodo, sul programma e perfino sul modo in cui dovrebbero scegliersi. Chiamano questo cantiere “campo largo”. Ma assomiglia sempre più a un cortile dove ognuno urla la propria verità e nessuno costruisce una casa comune.

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