Il voto col nulla osta della Procura: l’ultima farsa dei magistrati-star
Il referendum secondo Di Matteo: se la matita nell'urna diventa un marchio d'infamia. Tra scivoloni giuridici e teoremi, la democrazia finisce sotto processo
Sapere che un uomo dello Stato, uno di quelli chiamati a maneggiare i codici con precisione chirurgica, si lasci andare a certe sparate fa pensare di tutto. E, sia chiaro, niente di buono. Nino Di Matteo torna in pista seguendo lo stile che ha impresso a un’intera carriera: il teorema suggestivo. «Sto con Gratteri, massoni e mafiosi voteranno Sì al referendum», ha sentenziato. Tradotto dal giustizialese: chi non vota secondo i desiderata dei magistrati-star è, di fatto, un complice del malaffare.
La “svista” dei codici e la lezione di Bobbio
A riportare i piedi per terra ai paladini dell’antimafia da copertina provvede un collega, il magistrato ed ex senatore Luigi Bobbio. Con una freddezza che sa di sberleffo, Bobbio solleva il velo su una realtà imbarazzante: “Vorrei sommessamente ricordare (o insegnare?) a Gratteri e Di Matteo che i condannati per mafia si beccano l’interdizione perpetua dai pubblici uffici… e quindi non possono votare!”. Una figura barbina per chi ha costruito fortune sulla caccia ai boss. Se i mafiosi (quelli veri, con sentenza passata in giudicato) ai seggi non possono proprio andare, a chi si riferiscono Di Matteo e Gratteri? Il bersaglio resta il cittadino comune, la cui matita nel segreto dell’urna viene preventivamente sporcata di fango per condizionarne il libero arbitrio.
Il manganello etico della magistratura grillina
È il solito vizio di una certa magistratura, quella diventata celebre grazie a inchieste monumentali regolarmente finite nel nulla e alimentata per anni dalla grancassa della sponsorizzazione grillesca. Delegittimare chi voterà “Sì” sostenendo che lo farà in compagnia di corruttori e massoni è un esercizio pericoloso, l’esatto opposto di quel cammino di sobrietà che Mattarella auspica da tempo. È l’uso della toga come manganello etico per silenziare il dissenso, trasformando un diritto costituzionale in un test di purezza morale gestito dai soliti noti.
Alle urne non serve la scorta
In fondo il messaggio è chiaro: per andare a votare “Sì” ci vorrebbe il certificato di sana e robusta costituzione morale rilasciato direttamente dalla Procura. Seguendo il bizzarro sillogismo di Di Matteo, l’elettore si ritrova davanti a un bivio che fa ridere i polli: o vota come dice il magistrato-star di turno, o deve rassegnarsi all’idea di avere un grembiulino massonico nel cassetto o una lupara in garage. C’è qualcosa di grottesco in questa pretesa di gestire il corpo elettorale come un’estensione del proprio pool antimafia, scordandosi, per eccesso di ego o semplice sbadataggine, che chi è condannato per mafia ai seggi non ci mette piede per legge.
Magari, tra una diretta streaming e la presentazione di un libro, ai nostri eroi della legalità è sfuggito il dettaglio più elementare: la democrazia non è un’aula di tribunale dove loro decidono chi ha diritto di cittadinanza etica. È quel posto dove il voto di un cittadino qualunque vale esattamente quanto quello di un magistrato folgorato sulla via di Damasco della politica e delle simpatie grilline. Spiace deluderli, ma nell’urna non serve la scorta: serve solo la libertà. Quella vera, che non si piega ai teoremi “fuffa”.
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