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Economia

Rigassificatore Piombino: ora, il rischio stop

La Liguria non lo vuole, il governo Meloni sulla linea della prudenza

di Angelo Vitale -


Il rigassificatore di Piombino doveva rappresentare il simbolo della svolta energetica italiana dopo lo shock causato dal conflitto tra Russia e Ucraina: ora il rischio dello stop.

Doveva mostrare che il Paese sapeva reagire in fretta alla crisi del gas. Oggi, lo spettro di uno stop. Il rischio che incarni una manovra che, se non è incerta, di sicuro rallenta e si complica proprio mentre avrebbe bisogno di chiarezza e linearità.

Rigassificatore in Toscana: doveva essere la svolta

La storia inizia nel 2022. L’Italia cerca alternative urgenti al gas russo. Il governo guidato allora da Mario Draghi punta con decisione sul Gnl e sulle unità galleggianti di rigassificazione. Snam acquista la nave Golar Tundra, poi ribattezzata Italis Lng, destinandola a Piombino. La capacità prevista, intorno ai 5 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Una quota rilevante per il fabbisogno nazionale con un obiettivo chiaro: aumentare in tempi rapidi la capacità di importazione via nave e ridurre il rischio di interruzioni.

Il percorso autorizzativo accelera. Nell’ottobre 2022 il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, nominato commissario straordinario per l’opera, firma l’ordinanza per l’installazione. La permanenza della nave, definita temporanea. Tre anni, con scadenza a luglio 2026. In parallelo, un memorandum prevede dieci opere di compensazione e mitigazione per il territorio di Piombino. Strade, bonifiche, interventi portuali, misure di riequilibrio ambientale ed economico. Un pacchetto che diventa la base politica dell’accordo con il territorio.

Subito, la questione del “dopo Piombino”

La nave arriva nel porto di Piombino nella prima metà del 2023 e inizia l’attività di rigassificazione. Le metaniere scaricano Gnl che entra nella rete nazionale. In quella fase, il rigassificatore raccontato come un tassello decisivo della sicurezza energetica italiana. Un messaggio netto: emergenza, rapidità, interesse nazionale.

Già allora, però, il tema del “dopo Piombino”. L’ipotesi principale, la Liguria, in particolare Vado Ligure. Qui, un passaggio politico che oggi pesa. Giovanni Toti, allora presidente della Regione Liguria e pure commissario per il progetto ligure, a favore dell’operazione. Il quadro ligure, apparentemente allineato alla logica emergenziale nazionale. Con il cambio di stagione politica e di leadership regionale, una posizione che si è irrigidita. dall’allora sindaco di Genova Marco Bucci, oggi governatore e figura centrale negli equilibri liguri, non la stessa disponibilità.

Il Consiglio regionale ligure ha espresso contrarietà alla collocazione del rigassificatore a Vado: l’ombra della sindrome Nimby che continua a valere. Il risultato, uno stallo. La nuova sede, non più definita. La procedura di Via collegata allo spostamento, ferma da tempo.

Le mancate compensazioni

Mentre il futuro del trasferimento resta sospeso, a Piombino esplode il nodo delle compensazioni. La Regione Toscana sostiene che la gran parte delle opere previste nel memorandum non è stata realizzata. Solo pochi interventi, avviati o parzialmente in corso. Molti altri, solo sulla carta. Giani usa parole nette. Senza un confronto serio sugli impegni non rispettati, non esistono le condizioni per parlare di proroga della nave oltre il 2026. La linea è politica ma anche istituzionale: l’accordo con il territorio, allora, parte integrante dell’autorizzazione.

Qui, il punto dei contrasti politici e amministrativi. Da un lato Snam che si limita formalmente a richiedere una proroga dell’autorizzazione. Senza proroga, la nave dovrebbe lasciare Piombino nel 2026 anche senza una nuova sede pronta. Dall’altro lato, la Regione Toscana collega ogni discussione sulla proroga al rispetto delle compensazioni. In mezzo, il governo Meloni che deve tenere insieme sicurezza energetica, rapporti con le Regioni, tempi tecnici e rischio contenziosi.

La manovra prudente del governo

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non ha finora imposto una linea definitiva sul caso Piombino. La scelta appare coerente con un’impostazione più ampia. A Palazzo Chigi la difesa del gas come fonte di transizione, l’insistenza sulla sicurezza energetica e sulla diversificazione, ma evitando però decisioni che aprano fronti politici duri sui territori. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin parla spesso di mix energetico e neutralità tecnologica. Sui singoli dossier caldi, però, prevale la prudenza. Forzare una proroga senza accordo con la Toscana, significherebbe uno scontro istituzionale diretto. Bloccare la nave senza alternativa pronta, aprirebbe un problema energetico e industriale.

In questo quadro, il rigassificatore di Piombino cambia significato. All’inizio rappresentava la capacità dello Stato di decidere in emergenza. Oggi mostra i limiti della fase successiva, quando l’urgenza lascia spazio alla gestione ordinaria, alle promesse da mantenere, agli equilibri politici mutati. Le compensazioni non realizzate, un simbolo. Non solo opere locali. L’emblema della difficoltà di trasformare un accordo emergenziale in un percorso strutturato.

Il “modello” rallenta

Il rischio concreto, uno scenario di rallentamento. Se non si sblocca il nodo politico e amministrativo, la nave può trovarsi senza casa certa e senza proroga pacifica. A quel punto, il rigassificatore che doveva segnare la svolta dopo la crisi del gas finirebbe per raccontare altro. Un Paese capace di reagire nell’urgenza, ma più lento quando deve tenere insieme strategia nazionale, territori e continuità delle decisioni. Non una sconfitta conclamata, ma nemmeno il modello lineare che all’inizio si voleva raccontare.


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