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Attualità

Roberto Rossi (Odg Lazio): “Immigrati e giustizia, ora si deve cambiare”

Il vicepresidente dell'Ordine sul caso Filippi: "Solo la sua freddezza ha evitato il peggio"

di Giovanni Vasso -


“Tutta la mia solidarietà al collega. Ho apprezzato molto la sua calma e la sua freddezza. Si capisce che, in quei frangenti, lui ha sofferto la tragedia della famiglia. Fosse stato da solo avrebbe magari lottato. Ma, meno male, tutto è rimasto nei binari della normalità, in un momento del genere, e non è accaduto niente di male”. Roberto Rossi è il vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio. E a L’identità commenta la notizia della terribile rapina in casa subita dal nostro cronista Alberto Filippi: “Adesso anche i giudici devono cambiare”.

Vicepresidente Rossi, un caso bruttissimo quello che arriva da Vicenza…

“Sembra proprio opera di professionisti, gente che lo conosce bene e ne ha studiato le abitudini, magari da rintracciare nella criminalità locale. Una questione che, con ogni evidenza, impatta sulla famiglia, sull’attività primaria dello stesso Filippi. Ma che va scandagliata fino in fondo. Parliamo di una rapina con uno scopo che appare ben chiaro. Ma il giornalista aveva già subito, in passato, atti intimidatori pesanti che di sicuro non meritava. Non vorrei che, qualcuno, puntasse proprio a lui…”.

Qualcosa sta cambiando, per i giornalisti. E non in senso positivo, purtroppo.


“La violenza ci colpisce, e tanto. Negli scenari di guerra perdiamo giornalisti, vite umane, in tutto il mondo. Qui da noi, purtroppo, le violenze alle troupe tv sono a portata giornaliera. Le aggressioni ai giornalisti, solo per essere giornalisti, sono una discriminazione bruttissima. Un odio che si è creato lentamente, man mano. Un pochino anche per volontà, e distrazione, di qualcuno che dovrebbe essere molto più attento ai problemi dei giornalisti. In questo mi ci coinvolgo anche io. Dovremmo fare e chiedere al governo qualcosa in più per proteggerci, per aiutarci a svolgere il nostro lavoro”.

Cosa, per cominciare?
“Le istituzioni dell’informazione dovrebbero fare di più, chiedere più sicurezza per chi fa il nostro mestiere, per chi fa inchiesta. Non c’è mai stato un clima così tra giornalisti e “pubblico”. Prima c’era un certo rispetto. Ma adesso siamo passati alla violenza, e non per colpa degli italiani. Purtroppo si tratta di atteggiamenti che sembrano influenzati da un certo tipo di immigrazione. Intendiamoci: di stranieri da noi ce ne sono tantissimi, moltissimi lavoratori per bene, gente che arriva davvero da Paesi in guerra e che va difesa, come impongono la Costituzione e i trattati internazionali. E poi ci sono gli altri…”

Chi?
“Accanto a tante persone che vanno integrate e che lavorano, ogni giorno, per farlo, purtroppo c’è chi viene qui per delinquere, perché da noi la giustizia è soft e non sembra rispettare la proprietà privata né l’essere umano in quanto tale”.

In che senso?
“I giudici prendono il sistema della sicurezza per dare dei vantaggi a chi delinque perché è disadattato o perché ingrandiscono la fascia dei rifugiati a tutti gli extracomunitari. Ma non è così. C’è gente che viene qui perché la giustizia li protegge. Si tratta di disparità nell’applicazione delle leggi che, all’esterno, arrivano a chi nota, a chi legge e ascolta. Agli italiani sembra non essere più concesso nulla. Non c’è legittima difesa, non si può dire o fare nulla. Se i giudici non comprendono che così facendo fanno male ai cittadini italiani e molto male ai giornalisti non andiamo da nessuna parte”.

Il caso Filippi può dunque diventare una sorta di cartolina di quello che sta succedendo oggi?
“Una rapina come quella subita da Filippi poteva diventare una tragedia. E meno male che chi l’ha affrontata è rimasto calmo e sereno pensando alla famiglia e alle conseguenze. Ma lo Stato non pensa a questo. Sembra che si limiti a dire chi ha torto o ragione. Ovviamente solo dopo che il “fattaccio”, di volta in volta, s’è consumato. Ma intanto quanti cittadini italiani si sono trovati indagati, sottoposti a processo e poi condannati solo per essersi difesi…”.

Il racconto giornalistico della cronaca, nera e giudiziaria, si sta indebolendo?
“Sono stato inviato di guerra. So bene cosa vuol dire iniziare a entrare nei particolari di un’indagine giornalistica. Può accadere di tutto. Vedo, oggi, che sta iniziando ad accadere qualcosa di simile pure sul fronte interno. Finché resti ai margini delle cose, ecco, in quel caso lasciano che tu ti muova. Se superi un certo livello rischi grosso. Mi ricorda quanto succedeva in passato, con la mafia, la camorra e la ’ndrangheta. Ecco, non vorrei tornare a quei vecchi tempi in cui la criminalità organizzata “puniva” il giornalista che osava superava i suoi limiti…”


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