I salari sono in caduta libera ma la politica pensa ai social
C’è un dato che dovrebbe occupare ogni giorno il dibattito pubblico e che invece viene sistematicamente rimosso. Dal 1990 al 2026 i salari reali degli italiani hanno perso terreno, mentre quelli delle principali economie industriali hanno continuato a crescere. È una delle anomalie più gravi dell’Occidente. Non racconta una semplice difficoltà congiunturale: descrive un declino che dura da oltre tre decenni e che sta impoverendo il lavoro, comprimendo i consumi, frenando la mobilità sociale e alimentando la sfiducia verso le istituzioni.
Eppure di tutto questo si discute poco. Molto più semplice inseguire il caso del giorno, l’episodio destinato a dividere, l’eccezione trasformata in regola. Il gioielliere, il marocchino di Bologna, l’ultima provocazione sui social diventano materia di scontro permanente, mentre il lento arretramento dell’economia italiana scivola sullo sfondo. È la vittoria del rumore sulla realtà.
Una politica che sostituisce i problemi strutturali con i casi limite rinuncia alla propria funzione. Governa le emozioni anziché il Paese. Alimenta tifoserie invece di costruire soluzioni. Così facendo lascia senza rappresentanza milioni di lavoratori che vedono il proprio reddito perdere valore, famiglie che rinviano progetti di vita, imprese che faticano a competere e giovani costretti a cercare altrove opportunità che qui non trovano.
Il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio avrebbe dovuto provocare un confronto serrato in Parlamento e nel Paese. Invece è passato quasi inosservato. Eppure certifica un fatto difficilmente contestabile: l’Italia è l’unica grande economia europea nella quale il lavoro, in termini di retribuzione, non ha partecipato ai benefici della crescita globale. Quando un dato così clamoroso non apre il dibattito nazionale significa che qualcosa si è incrinato nel rapporto tra politica e realtà.
Attribuire tutto all’avidità delle imprese o alla debolezza della contrattazione sarebbe però un alibi. I salari seguono la produttività, e la produttività dipende dalla capacità del sistema economico di innovare, investire e competere. È qui che emerge il vero nodo italiano. Negli anni il nostro tessuto produttivo si è progressivamente frammentato. Troppe imprese sono rimaste sottodimensionate, con difficoltà ad affrontare i mercati internazionali, ad attrarre capitale, a fare ricerca, a introdurre nuove tecnologie e a valorizzare competenze elevate. Parallelamente si è esteso un terziario spesso povero di valore aggiunto, caratterizzato da occupazione stagionale, bassa qualificazione e margini ridotti. In un sistema così costruito, salari stagnanti e produttività debole finiscono per alimentarsi reciprocamente.
La prova, tuttavia, dimostra che un’altra strada è possibile. Le imprese italiane che esportano, investono, innovano e competono sui mercati globali offrono mediamente condizioni retributive migliori. Dove cresce il valore prodotto cresce anche il valore del lavoro. È un principio economico elementare che la politica continua a ignorare, preferendo distribuire bonus temporanei invece di creare le condizioni per una crescita stabile della ricchezza.
Occorre allora cambiare paradigma. Serve una politica industriale capace di accompagnare le imprese verso l’innovazione, favorire l’aggregazione dimensionale, rafforzare le filiere strategiche, sostenere ricerca e digitalizzazione, semplificare il rapporto con lo Stato e rendere più conveniente investire in Italia. Ma questo non basta. Il capitale decisivo resta quello umano. Formazione continua, riqualificazione professionale, competenze tecniche e manageriali devono diventare il cuore di una nuova politica del lavoro.
Anche le parti sociali sono chiamate a una responsabilità che non può limitarsi alla difesa dell’esistente. La contrattazione aziendale legata ai risultati deve crescere, i fondi dello 0,30 formazione vanno utilizzati con maggiore efficacia, l’analisi dei fabbisogni professionali deve guidare la formazione e bisogna avere il coraggio di discutere strumenti innovativi, compresa una gestione più efficiente del TFR in un fondo contrattuale a sostegno dello sviluppo produttivo.
La politica dovrebbe porsi una domanda semplice: vuole continuare a inseguire ciò che fa rumore o affrontare ciò che determina il futuro del Paese? Perché i casi limite possono occupare i talk show, ma non costruiscono un euro di salario in più. E un Paese che smette di discutere del lavoro finisce, inevitabilmente, per smettere di costruire il proprio futuro.
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