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Sociale

Strage di Castel d’Azzano, al via oggi l’udienza preliminare a Verona

Carabinieri uccisi nel casolare, i fratelli Ramponi davanti al giudice

di Priscilla Rucco -


Undici mesi dopo la notte che ha sconvolto il veronese e l’intera Arma, la vicenda di Castel d’Azzano approda davanti ad un giudice. Si apre oggi, 17 settembre, al Tribunale di Verona l’udienza preliminare a carico di Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi, i tre fratelli agricoltori chiamati a rispondere dell’esplosione che, il 14 ottobre 2025 fece crollare il loro casolare di via San Martino, uccidendo tre carabinieri. Sarà la GUP Beatrice Marini a stabilire se la ricostruzione della Procura “tiene” al punto da giustificare un processo in Corte d’assise.

Le accuse mosse ai fratelli Ramponi

La richiesta di rinvio a giudizio, firmata dai PM scaligeri alla fine di luglio, contesta ai tre imputati la strage in concorso, la detenzione di materiale esplodente e la resistenza a pubblico ufficiale.

Oltre ai tre militari morti, il bilancio indicato dagli inquirenti conta anche 26 feriti tra carabinieri, poliziotti e vigili del fuoco intervenuti quella notte. Un eventuale secondo appuntamento in aula sarebbe già stato previsto per il 22 settembre prossimo. In questa fase la giudice dovrà anche pronunciarsi sulle richieste di costituzione di parte civile. La strada del rito abbreviato, invece, resta preclusa: la legge lo esclude per i reati puniti con l’ergastolo, come la strage.

La custodia cautelare in carcere dei fratelli – disposta subito dopo l’arresto – perderebbe efficacia a metà ottobre, a ridosso del primo anniversario della strage: la fase preliminare deve quindi chiudersi, necessariamente, entro quella data. Oggi i tre sono detenuti in istituti diversi, Maria Luisa a Montorio, Franco a Vicenza e Dino a Trento, una separazione decisa anche dopo alcuni tentativi di contatto emersi durante la detenzione.

La notte in via San Martino

Erano circa le tre quando i militari entrarono nel casolare per una perquisizione ordinata dalla Procura. Nei giorni precedenti le riprese dei droni avevano mostrato bottiglie incendiarie sul tetto; l’obiettivo era cercare armi ed esplosivi in una casa che la famiglia rifiutava da anni di lasciare. Gli ambienti erano stati saturati di gas. Pochi istanti dopo l’ingresso, la deflagrazione abbatté l’edificio sui soccorritori.

Sotto le macerie persero la vita il maresciallo Valerio Daprà, 56 anni, e l’appuntato Davide Bernardello, 36, partiti da Padova, insieme al sottotenente Marco Piffari, 56, del Quarto battaglione di Mestre. Per l’Arma un numero di caduti in un solo intervento che non si registrava da oltre vent’anni. Il Comune di Castel d’Azzano ha deciso di dedicare a ciascuno di loro una strada.

Il “piano” secondo la Procura

Il cuore dell’impianto accusatorio è la premeditazione condivisa. Per gli investigatori i tre fratelli avrebbero messo a punto insieme un “piano di difesa e contrattacco”, già abbozzato il 18 novembre 2024. Quel giorno, durante un precedente tentativo di sgombero, i tre salirono sul tetto minacciando di far saltare in aria l’abitazione piena di gas. Allora lo sfratto fu rinviato e la tensione si allentò, ma secondo l’accusa il proposito non sarebbe mai stato abbandonato (come poi hanno tristemente confermato gli eventi).

Le difese punteranno principalmente a separare le posizioni di ciascun fratello. Franco e Dino sostengono di non aver condiviso l’iniziativa della sorella e di non essere stati nell’edificio al momento dell’innesco, attribuendo a lei la decisione finale. Maria Luisa, – rimasta gravemente ferita nell’esplosione – è indicata come colei che materialmente provocò la deflagrazione. Per la Procura, però, la responsabilità non si esaurisce con quel gesto: la preparazione della casa, le minacce degli anni precedenti e l’opposizione allo sgombero formerebbero un unico disegno di morte.

La rovina lunga anni

Dietro la tragedia c’è il lento sgretolarsi di un’azienda agricola di famiglia, schiacciata da mutui, ipoteche e procedure esecutive. I Ramponi hanno sempre contestato la legittimità dei debiti, sostenendo che alcune firme sui finanziamenti fossero false. Gli stessi, nel tempo, si sono sentiti “vittime” del sistema, delle banche e dei tribunali.

Nessuna ragione economica, tuttavia, potrà mai spiegare la perdita di tre servitori dello Stato. Da oggi sarà un tribunale e non più le ipotesi, ad indicare la strada, le colpe ed eventuali condanne. Le famiglie delle vittime attendono che quella notte trovi giustizia verità e responsabilità, mentre Castel d’Azzano si prepara a commemorare i tre militari nel primo anniversario della loro ingiusta e prematura scomparsa.

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