Uno spray nasale per sconfiggere virus, batteri e allergie: Stanford apre una nuova realtà alla medicina preventiva
Un gruppo di ricercatori americani ha messo a punto un vaccino intranasale capace di proteggere i polmoni da minacce respiratorie di natura diversa. I risultati, pubblicati su Science, sono stati ottenuti sui topi. La strada verso il possibile utilizzo umano è ancora lunga, ma la comunità scientifica guarda con cauto interesse a questa possibile rivoluzione
La ricerca medica
Basterebbe uno spray nasale per difendersi nel periodo autunnale dall’influenza, da possibili virus respiratorio sinciziale, raffreddore comune, polmoniti batteriche e allergeni primaverili. È lo scenario che un gruppo di scienziati della Stanford Medicine considera possibile, a patto che la sperimentazione clinica sull’uomo confermi quanto già osservato dai risultati su test effettuati sui modelli animali. Lo studio, pubblicato lo scorso febbraio sulla prestigiosa rivista Science, è firmato dal professor Bali Pulendran, immunologo e docente di microbiologia presso l’Istituto per l’Immunità, i Trapianti e le Infezioni di Stanford, con il ricercatore Haibo Zhang come primo autore. Al progetto hanno contribuito anche scienziati dell’Università Emory di Atlanta, dell’Università di Washington e dell’Università dell’Arizona.
Un meccanismo radicalmente diverso
Ciò che distingue questa formulazione – denominata Gla-3M-052-Ls+Ova – dai vaccini convenzionali è l’approccio di fondo. I vaccini tradizionali, infatti, presentano al sistema immunitario un antigene specifico, ovvero una porzione del patogeno, per “addestrarlo” a riconoscerlo. Il problema è che virus come l’influenza o il coronavirus mutano continuamente, rendendo necessari aggiornamenti annuali. I ricercatori di Stanford hanno invece puntato sull’immunità innata, il primo e più antico sistema di difesa dell’organismo, capace di rispondere a qualsiasi minaccia senza doverla riconoscere in anticipo. La formulazione replica i segnali chimici – citochine – che i linfociti T inviano alle cellule dell’immunità innata durante un’infezione reale, mantenendole in stato di allerta per mesi anziché per i pochi giorni consueti. Il vaccino contiene anche ovoalbumina, una proteina dell’uovo utilizzata per richiamare i linfociti T nei polmoni e in questo modo sostenere nel tempo questa risposta potenziata.
I risultati sui topi
Nei test preclinici i risultati si sono rivelati oltre ogni aspettativa. I topi vaccinati con più dosi somministrate per via nasale hanno sviluppato una risposta immunitaria in appena tre giorni, contro le circa due settimane necessarie agli animali non vaccinati. La protezione si è mantenuta così per almeno tre mesi. Lo spray ha dimostrato efficacia non solo contro vari ceppi di coronavirus, incluso il SARS-CoV-2, ma anche contro batteri responsabili di gravi infezioni polmonari come lo Staphylococcus aureus e l’Acinetobacter baumannii. In aggiunta, ha soppresso le reazioni allergiche agli acari della polvere, responsabili dell’asma allergica.
Spray nasale: cautela e prospettive
La comunità scientifica accoglie i risultati con interesse ma anche con la prudenza che la fase richiede. Florian Krammer, vaccinologo della Icahn School of Medicine del Mount Sinai, ha riconosciuto che il vaccino merita di essere testato sull’uomo, pur avvertendo che il sistema immunitario potrebbe avere imprevedibili limiti di attivazione. La prossima tappa obbligata è un trial clinico di Fase I per valutare la sicurezza negli esseri umani. Pulendran stima che potrebbero bastare due dosi di spray nasale per garantire una elevata protezione, e ipotizza che con finanziamenti adeguati un vaccino respiratorio universale possa essere disponibile entro cinque-sette anni. Un obiettivo non immediato, ma che apre scenari inediti per la sanità pubblica mondiale e non solo.
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