Alemanno esce dal carcere e si catapulta di nuovo in politica con Vannacci
Gianni Alemanno torna libero e catalizza sin da subito le attenzioni della politica. Da giorni Vannacci annuncia che l’ex sindaco di Roma sarà parte integrante del suo progetto politico e che insieme sapranno parlare a una destra ormai sorda. Vero è che Alemanno con ogni sua parola o ricomparsa, mette in circolo un pezzo di storia della destra italiana, partendo dalle sezioni, alla militanza, fino ad arrivare al centro delle istituzioni. E il suo ritorno sulla scena pubblica, da un lato affascina e incurioscise, dall’altro crea qualche inevitabile imbarazzo.
Alemanno fuori dal carcere, subito incontro con Nordio
L’ex sindaco mette le mani avanti e all’uscita da Rebibbia, dichiara di non avere nessuna ambizione a ricoprire incarichi pubblici, piuttosto la volontà di rendersi utile per il sociale soprattutto sul terreno carcerario. E chiede immediatamente un incontro al ministro della Giustizia Carlo Nordio, provando a ritagliarsi un ruolo da interlocutore su un tema che oggi gli consente di parlare con l’autorevolezza di chi quel mondo lo ha appena attraversato da vicino. Dal ministero, la risposta arriva in tempi record.
Nordio si dice disponibile al confronto e fa sapere di aver mantenuto la stessa apertura anche verso i responsabili della polizia penitenziaria e i familiari dei detenuti. Un modo per accogliere la richiesta senza accreditarla come eccezione, ma anche per riconoscere che il tema carcere non può più essere confinato nelle pieghe della propaganda o nelle visite di rito. In questo quadro, Vannacci non si vede e il ministro non perde occasione per sottolinearlo: “Non risultano sue prese di posizione nella stessa direzione, né è chiaro se su una questione divisiva come l’amnistia abbia una linea politica riconoscibile”.
Ed è un’assenza che pesa, se si considera quanto il generale ami occupare il centro della scena quando il tema si presta alla polarizzazione. Sul carcere, invece, per ora il megafono resta spento e rimane un occhio di bue puntato su Alemanno. La sua storia ha un peso importante. Ex ministro, ex sindaco di Roma, uomo simbolo di una destra che per anni ha cercato e trovato legittimazione di governo, Alemanno appartiene alla stessa genealogia politica da cui proviene anche Giorgia Meloni. Hanno condiviso battaglie, storia, esperienze, sconfitte e vittorie.
Ma è altrettanto evidente che oggi occupano posizioni differenti, non solo istituzionali. La Meloni ha scelto la via del rigore, della responsabilità e del rispetto di un ruolo istituzionale complesso e non certo una corrente identitaria. Alemanno occupa un ruolo condiviso nella storia comune ma oggi si muove un altro binario e non è certamente un interlocutore politico per Palazzo Chigi.
Dove entra in ballo Vannacci
Ed è qui che entra in ballo Vannacci perché se esiste un filo di dialogo che può legare l’ex ministro a qualcuno nell’orbita della destra contemporanea, quel filo non è la Meloni ma il leader di Futuro Nazionale con il quale attualmente sembra esserci sicuramente un’intesa di intenti.
Vannacci incarna una destra più incline al disappunto, alla sfida, meno alla conciliazione a tutti costi. Alemanno, almeno in passato, camminava sugli stessi binari ma con una storia più densa, più ricca, e con una rete di relazioni in mondi che Vannacci lambisce ma non penetra. Ecco perché, forse, non è casuale che i due possano riconoscersi in un’area politica che sente il bisogno di distinguersi sia dalla destra puramente nostalgica sia da quella assorbita nella dimensione di governo. Ovviamente il perimetro dentro cui si muovono le varie anime del centro destra è ampio e non bisogna improvvisare letture troppo schematiche. Ma neanche allontanarsi troppo dalla realtà.
Resta allora una domanda. Se Alemanno non punta a ruoli pubblici ma vuole comunque pesare, e se Vannacci cerca una sponda politica più strutturata senza perdere la sua vocazione anti-establishment, i due sono davvero destinati a marciare insieme? E su quali basi? Su una visione comune del futuro della destra, su una convergenza di battaglie identitarie, o più semplicemente sulla convenienza reciproca di occupare lo spazio che separa la destra di governo da quella che non vuole smettere di sentirsi movimento?
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