“Vannacci e la Lega: più che un corpo estraneo, un trapianto riuscito… rigettato dal paziente”
Quando Luca Zaia definisce Roberto Vannacci un “corpo estraneo” alla Lega, forse dimentica che, in medicina come in politica, prima di parlare di rigetto bisognerebbe chiedersi chi ha davvero salvato chi. Perché se quella di Vannacci è stata — come ironizza Zaia — una “lunga camminata” durata appena un anno, viene spontaneo domandarsi se non sia stata una maratona corsa per conto di altri, con tanto di medaglie consegnate a chi aspettava al traguardo.
Nei matrimoni, si sa, il divorzio non è mai una sentenza unilaterale: occorre capire se la colpa sia di chi se ne va o di chi ha reso impossibile restare. La Lega ha chiesto voti, non semplici consensi teorici, ma preferenze scritte nero su bianco. E quei voti sono arrivati, personali, inequivocabili, con un nome e un cognome. Non solo: quelle preferenze hanno trascinato dentro altri eletti che, senza quell’effetto traino, probabilmente sarebbero rimasti fuori dal palazzo.
Eppure, mentre i numeri parlavano chiaro, soprattutto in Veneto si consumava un’altra partita: correnti contrarie, fuoco amico, isolamento. Una dinamica che la Lega conosce bene e che, nel tempo, ha già lasciato sul campo vittime illustri — spesso non per mancanza di forza, ma per eccesso di forza altrui.
L’unico ad aver davvero aperto la porta al generale è stato Matteo Salvini, che oggi parla di ingratitudine. Ma la politica, più che un banchetto, è uno scambio: Salvini ha pagato un prezzo? Forse. Ma lo aveva già incassato alle europee, quando proprio quei voti hanno evitato alla Lega un risultato ben più amaro.
La domanda allora cambia prospettiva: di cosa dovrebbe essere grato Vannacci? Gli incarichi ricevuti non sono stati un regalo, bensì la naturale conseguenza di preferenze conquistate sul campo. In un sistema dove l’elettore scrive il nome e non si limita a barrare un simbolo, la legittimazione è personale prima ancora che di partito.
Semmai, la questione è un’altra: chi deve qualcosa a chi? Perché se la coerenza fosse davvero la bussola della politica, verrebbe quasi da sostenere che gli eletti trascinati da quelle preferenze dovrebbero seguire chi li ha portati fin lì. Non per ribellione, ma per semplice aritmetica democratica.
Alla fine, più che di ingratitudine, questa sembra la storia di un rapporto logorato da troppe diffidenze. E allora forse Zaia ha ragione solo a metà: Vannacci non era un corpo estraneo. Era un cuore nuovo. Il problema è che, quando un cuore batte troppo forte, c’è sempre qualcuno che preferisce tornare alla vecchia circolazione.
E così il divorzio è servito. Ma attenzione: in politica, come in amore, non sempre chi lascia perde. A volte è solo chi cambia Lega… che trova finalmente la sua rotta.
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