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Esteri

Trump si ricandida senza dirlo: “Fate finta che sulla scheda ci sia il mio nome”

Il presidente monopolizza la scena, rilancia la guerra all'Iran, attacca i dem e promette 5mila dollari a ogni americano adulto

di Ernesto Ferrante -


La prima convention di midterm della storia americana, un’invenzione che Donald Trump rivendica come “frutto di immaginazione”, si è trasformata in un rito di autocelebrazione. A Dallas, davanti a una platea adorante, il presidente ha parlato per quasi due ore, chiudendo con un appello che suona come una confessione: “Fate finta che sia io a candidarmi. Andate a votare il 3 novembre, perché mi sto davvero candidando”.

È la chiave di tutto. Il tycoon non si limita a sostenere il Partito Repubblicano, lo sostituisce. Le midterm diventano un referendum sulla sua persona, sulla sua leadership, sulla sua narrazione. Giovedì tornerà sul palco, ma assicura che sarà “molto più breve”. “Vi ho dato molto materiale”, scherza. In realtà, il materiale è sempre lo stesso. Trump al centro di tutto.

Il culto della personalità e la retorica dell’apocalisse

La convention ribattezzata dai media “Trump‑a‑palooza” conferma la centralità assoluta del capo della Casa Bianca. Prima ancora che salisse sul palco, gli oratori avevano già pronunciato il suo nome 155 volte. Lui aggiunge altre 16 citazioni di sé stesso. Solo “America” ricorre più spesso.

Trump insiste sul fatto che “quando ci sono io sulla scheda, i Repubblicani vanno sempre molto bene”, e torna a sostenere di aver “vinto tre volte” la presidenza, nonostante l’elezione certificata di Joe Biden nel 2020. Una versione che continua a dividere il Paese e che il presidente usa come leva per mobilitare la base.

Se perdiamo, perderete il confine, le tasse, la sicurezza, la ricchezza”, avverte. È la retorica dell’apocalisse, un marchio di fabbrica. Il mondo senza lui è un’immensa distesa in rovina. Un messaggio che galvanizza i fedelissimi ma allontana gli indecisi.

Attacchi ai democratici e nemici interni

Sul fronte interno, il POTUS attacca i democratici accusandoli di “mettere le manette alla polizia”, rivendica un calo della criminalità “mai registrato” e promette la pena di morte per narcotrafficanti e trafficanti di esseri umani.

Poi affonda contro Abdul El‑Sayed, candidato democratico in Michigan, prendendo di mira anche la sua famiglia con accuse che la campagna del candidato ha definito “false e diffamatorie”. È la strategia del nemico interno: Personalizzare lo scontro, radicalizzare il messaggio, trasformare ogni avversario in una minaccia esistenziale.

La minaccia all’Iran e la diplomazia muscolare

Sul piano internazionale, il presidente rilancia la sua guerra contro l’Iran con toni che preoccupano gli analisti. “Controlliamo lo Stretto di Hormuz. Dovremmo chiamarlo ‘Stretto di Trump’”, afferma.

Poi minaccia un attacco al sito nucleare sotterraneo di Pickaxe Mountain: “Consiglierei all’Iran di non fare il furbo, altrimenti dovremo colpirlo molto duramente”. È un linguaggio che ricorda le fasi più tese della sua presidenza e che rischia di alimentare un’escalation in un Medio Oriente già destabilizzato.

Il “Trump dividend”: promessa o propaganda?

Infine, la promessa più clamorosa. Un “Trump dividend” da 5mila dollari per ogni americano adulto, da finanziare non si sa come. Una misura che il presidente presenta come premio per il “successo economico” repubblicano, ma che appare più come un tentativo di comprare consenso in un momento di incertezza politica. Trump non fornisce dettagli, non indica coperture, non spiega modalità. È un annuncio pensato per la platea, non per il Congresso.

Un leader che teme il giudizio delle urne

La convention di Dallas rivela una strategia chiara. Trump vuole trasformare le midterm in un voto su di lui, sulla sua visione del mondo, sulla sua capacità di dominare il partito. Ma dietro la potenza scenica e la retorica muscolare emergono fragilità evidenti, come la dipendenza da una base radicalizzata, l’incapacità di parlare agli indecisi, la tentazione di rilanciare conflitti esterni per coprire le difficoltà interne. L’esame di medio termine sarà decisivo. Il leader del Gop lo sa. E per questo chiede agli americani di “fare finta che sia lui sulla scheda”. Una richiesta che dice molto più di quanto vorrebbe.


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