25 aprile, Liberazione dello Stato: aria nuova per la politica
PAOLO BORSELLINO
C’è un momento in cui la cronaca smette di essere tale e diventa la radiografia impietosa del Paese. Mentre domani 25 aprile, celebreremo la Liberazione dalla dittatura e la riconquista delle nostre libertà politiche e civili. Una dopo l’altra continuano ad affiorare vicende che sfiorano o investono uomini che hanno abitato i gangli più delicati dello Stato. Non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un messaggio pubblico devastante.
L’inchiesta sulla cosiddetta Squadra Fiore, con il nome di Del Deo tra gli indagati, non produce soltanto effetti giudiziari, sui quali vale il garantismo che lo Stato deve garantire, senza sé e senza ma. Ma produce anche un effetto politico e morale, perché insinua nell’opinione pubblica l’idea di un ceto separato, opaco, autoreferenziale, che sembra vivere sopra le regole comuni mentre agli altri si chiedono disciplina, sobrietà, sacrificio.
Dall’altra parte, le intercettazioni e le polemiche che coinvolgono il senatore Scarpinato hanno riaperto una ferita ancora più profonda. Perché il giudice Paolo Borsellino non può essere consegnato al dileggio, al livore, alla confidenza triviale. Borsellino è una delle coscienze più serie, coerenti e luminose della Repubblica. Rappresenta il sacrificio di un uomo giusto, il volto pulito di uno Stato che, nei suoi servitori migliori, ha saputo essere credibile fino al martirio. Il punto non è solo giudiziario e non è neppure solo politico. È morale, perché una democrazia non vive di solo codice e giustizia, ma di esempi, misura, autorevolezza, credibilità, affidabilità. Altrimenti resta una macchina senz’anima, uno Stato non può pretendere obbedienza quando non sa più meritare la fiducia dei cittadini.
Quando la credibilità si incrina ai vertici, a pagare non sono quasi mai i vertici, pagano quelli che tengono in piedi il Paese reale, uomini e donne della Polizia di Stato che fanno straordinari sottopagati e turni di notte per sopperire alle carenze, gli infermieri, gli insegnanti, gli impiegati, i servitori anonimi della Repubblica. Pagano gli uomini e le donne in divisa che presidiano stazioni, periferie, frontiere, strade, commissariati svuotati dalla mancanza di personale. E non chiedono privilegi, ma rispetto, retribuzioni giuste, indennità adeguate, dignità professionale.
Sul decreto sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e sul durissimo scontro politico emerso in Parlamento segnandone l’iter, lo spettacolo offerto non aiuta nessuno. I cittadini hanno diritto a vivere in quartieri sicuri, non degradati o abbandonati. I poliziotti e gli operatori di polizia hanno diritto a tutele vere, non a bandiere.
Ma non si può negare che l’immigrazione clandestina sia un problema reale e non si cancelli con formule di principio, perché come dimostrano i dati è foriera di marginalità, sfruttamento, fenomeni criminogeni, violenza e degrado. Proprio per questo non basta il solo riflesso repressivo, servono rigore, controllo e politiche concrete d’integrazione, perché una società che ha abbattuto le frontiere e muta così velocemente non si governa né con le rimozioni ideologiche né con la propaganda.
Il paradosso italiano, però, è sempre lo stesso, per alcuni ambienti non mancano mai protezioni, pensionamenti dorati, seconde e terze carriere, rendite di posizione ben oltre il servizio prestato. Mentre per chi lavora in strada, in volante, in un reparto mobile, in un ufficio immigrazione o negli uffici investigativi, le risorse sono insufficienti, e i dovuti ristori rinviati sine die.
È uno scandalo di sistema, sotto gli occhi dei cittadini increduli. La regola dovrebbe essere opposta, più alta è la funzione, meno tollerabili sono opacità, arroganze, doppi standard. Per questo oggi c’è bisogno di aria nuova, di classi dirigenti nuove, di una cultura dello Stato più autentica, più trasparente, più responsabile. C’è bisogno di una politica riformista, democratica e liberale che rompa i circuiti chiusi di un potere autoreferente, le cooptazioni di amici e parenti, le protezioni reciproche, le zone ambigue dell’irresponsabilità. Il 25 aprile non è una liturgia da celebrare distrattamente. È la data che ricorda alla Repubblica che la libertà nata dalla Resistenza ha bisogno di istituzioni credibili, di senso del limite, di onore pubblico.
Oggi liberazione può voler dire anche questo, liberare lo Stato da opacità, conformismi di maniera, rendite e doppi standard. Liberare chi ha responsabilità politiche e decisorie dalla tentazione di rinviare o minimizzare, liberare le amministrazioni più delicate da logiche di ceto e veti incrociati, che umiliano i cittadini e mortificano i servitori migliori. È questo il vento nuovo che serve all’Italia. Lo chiedono i cittadini e i tanti operatori di polizia che basiti da quanto emerge, continuano a servire le istituzioni con dignità. Una democrazia è tale se non difende le sue zone d’ombra, ma le riforma, aprendo una fase di liberazione morale e liberale della politica e dello Stato.
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